Il deserto

Il deserto

C’è una torre nel fumo della distanza, ritta contro il cielo, schizzo di fontana sputato dalla sabbia. La vedo soltanto, eppure so che potrò toccarla, non è miraggio né capriccio. Posso sentirne la pietra sotto la mia carezza incredula. Se chiudo gli occhi, abbraccio una piccola parte della sua circonferenza.
C’è una torre nell’aria di vetro, slanciata e tozza insieme, pennone di vela e quercia viva nel silenzio. Cammino e il vento non brucia più, ha cura dei miei pensieri come fa con il polline che si lascia portare. Con me ansima e spinge, braccio a cingere i fianchi, aiuta. E sono un carro che balla sulla pista, gonfio delle donne e degli uomini che porto dentro la pancia, sulla schiena, uno per uno col suo nome e un viso, le storie che ho mangiato e quelle che invento per tenermi compagnia. Un sacco per uno, lenzuolo chiuso per le estremità, carico di frutti, rose, abiti e altri uomini, altre donne con le loro lingue e parole, le bocche affamate di altra umanità e così all’infinito. Tutto questo contengono la mia stiva, le mie piaghe, l’otre di pelle di capra da cui posso ancora bere mentre avanzo, mentre guardo la torre piantata nel petto dell’orizzonte che è il mio. Non può che essere questa la strada ma non è ovvio che lo sia, un dubbio per ogni granello e dentro ogni granello una speranza testarda. Le lame del sole mi tolgono il sangue amaro, il più nero. La torre si avvicina, ha un occhio di luce e un mare fuori, un mare azzurro dietro le spalle. Mi sta aspettando, incrollabile, scrolla la testa al tempo e ondeggia. E io cammino, e mentre cammino nei miei pensieri imparo a essere nord, a essere sale. Arriverò.

(@CartaCanta)

La petite marchande

La petite marchande

Vendevi fiori di carta e saponi, e chi si avvicinava non sapeva se il profumo fosse dei fiori, dei saponi, o dei tuoi capelli che in certe mattine tingevano l’aria di lavanda o limone. Le tue dita in mezzo ai colori erano la primavera, trattavano la carta crespa come si manipola un impasto. E nel cesto sbocciava un bianco di gardenia, gerbere arancioni. La gonna, una sedia di legno. E sul tuo tavolo davanti alle scale, le saponette avevano sembianze di grosse caramelle, volentieri avrei dato un morso a una di quelle gemme su cui si adagiava una casa di lumaca, un’ape, un pesciolino.
Avevi scarpe leggere, piccole, ballerine rosse e nervose sulla pietra del fondo stradale. Cantavi. Specie quando passava il treno sotto di noi, tu cantavi piano. E io lo so perché ti venivo più vicino con gli occhi, fissavo i tuoi denti e il loro bagliore. Lo so perché ti stavo a guardare, seduto sul quarto gradino, col castello di fronte, tozzo e scuro alle tue spalle. E anch’io cantavo. Non ci rivolgevamo parola, noi ci parlavamo cantando. Per ogni verso un equivoco, un’allusione e una speranza.
Non riuscivo ad alzarmi e andar via. Mangiavo i tuoi fiori, il sapone, le canzoni e i treni. E il cielo senza pioggia e tutti i mattoni del castello. Il sughero del tappo e la lingua, la penna, la bottiglia. Scrivevo del ponte, di averlo finalmente trovato. Della mano che un giorno o l’altro ti avrei teso, pensando a quanto fosse un peccato sottrarre ai fiori la tua.

(@CartaCanta)

Stanze

Stanze

La sera è una nuvola d’argento fuori dalla finestra e nella stanza, un metro più giù del soffitto, più o meno, non saprei dire quanto. Ma è densa, soffice, si avvicina lentamente. Mi basterebbe tendere un braccio per strapparne un batuffolo e mangiarlo, ma non ne ho la forza, vorrei ma non voglio. Il palato saliva il suo desiderio di zucchero di nuvola, io però resto immobile, e il cielo gira sulla mia testa.

Il tempo invece è fermo, non vedo l’orologio sul comodino, perché adesso è scesa una nebbia fitta e senza sapore. Ho fame d’aria, apro la bocca, ingoio fino a riempirmi i polmoni, sento un gorgoglio d’acqua dentro la gola. Sto annegando, ma è strano, non ho paura. Forse sto morendo, oppure forse stavolta mi addormento. Roipnol. Rum. Caraibi. Milano. Dormo ma sono cosciente.

Ora la stanza è un lunedì, il vetro della scrivania, grafici a torta sullo schermo. Ne mangio una fetta, rossa di azionisti perduti nell’ultimo mese. E’ buona, sa di sangue e di pesca.

Ora la stanza è una domenica pomeriggio, sono finite le partite, o forse è proprio finito il campionato. Fuori dalla macchina l’ultima pioggia di giugno. Fa caldo, fumo coi finestrini chiusi e l’aria condizionata accesa. Di fronte alla macchina parcheggiata, la grossa scritta di un centro commerciale. Dietro di me, sul sedile posteriore, il seggiolone ha preso fuoco. Si sente puzza di plastica.

Ora la stanza è una mattina d’agosto, ho i ricci bagnati colore della pietra. E tu sei bellissima accanto a me, bionda e nocciola. Ridi e svanisci in un clamore di gocce. Ti seguo.

Ora la stanza è il mare, ma non ti vedo nella pancia di quell’azzurro silenzioso. Poi un guizzo di pinna dorata, sei nuda e fai le bolle con la bocca. Hai sedici anni, io uno di più. Non ci manca il respiro, ci sediamo sul fondo sabbioso e guardiamo passare un banco di sardine luccicanti. Mi baci, non sento il contatto delle labbra eppure so che ci sono, le mie e le tue, un po’ viola per il tempo passato qui giù. Hai scelto me. E non voglio risalire, ti stringo la mano. Mi piace che non ci siano suoni, solo un rumore ovattato, qualche metro più su, sulla superficie. Bambini che sbattono i piedi. Immagino la terrazza che ci aspetta, cocomero ghiacciato, le tre del pomeriggio, la tua schiena.

Sento urla confuse nella stanza. Restiamo qui, ancora un po’, io e i tuoi occhi nocciola. Non te ne andare.

(@CartaCanta)

Quel fiore giallo lì

Quel fiore giallo lì

“Quel fiore giallo lì non ho neanche provato a disegnarlo, perché nessuno lo raccoglierebbe. Neppure il vento o i capelli, un orecchio, una foto scattata male. Quel fiore giallo sulla punta del naso, di un naso piccolo arricciato da una risata spenta in fretta. Quel fiore abbandonato in curva, fuggito dal retrovisore. Quel che ne resta è un profumo denso di stalla, di sale”.

La testa bionda sbucò da dietro l’angolo, nello scampanio del pomeriggio. Il primo caldo le incollava i capelli sulla fronte. Non rideva, aveva più l’espressione di chi vuole fregarti. Non cattiva, no. Ma d’una furbizia bambina. Tornò a nascondersi, per gioco, dietro la pietra, e ogni tanto faceva capolino la punta di spillo di due occhi celesti. Per stare allo scherzo smisi di scrivere, sollevai il giornale aperto all’altezza del naso. Leggevo tre righe e di tanto in tanto sporgevo lo sguardo oltre la carta. Ce ne stavamo nascosti così, ognuno dietro il suo bianco e nero, di carta e di pietra. Ruppe il gioco il cameriere, con la coppa di gelato per la quale mi aveva fatto aspettare tanto da farmi passare la voglia. Col cucchiaino sospeso in aria cercai con gli occhi il ragazzino biondo. Read more

Dulce de leche

Dulce de leche

“Ya nunca alumbraré con las estrellas

nuestra marcha sin querellas

por las noches de Pompeya.

Las calles y las lunas suburbanas,

y mi amor y tu ventana

todo ha muerto ya lo sé“

Il Polaco Goyeneche canta e sputa sangue e rum ad ogni verso. E io rivedo Pompeya affacciarsi dal terriccio della sua gola. D’improvviso il cielo di latta di agosto vince a gomitate uno spazio tra i palazzi e rimane da solo, immenso e grigio cielo della penultima America. Cammino per Avenida Saenz, sui marciapiedi di facce scure. Nel silenzio esplode il ventre dei kioscos di incarti di merendine, di polvere, reggaeton e cumbia. E tu non ci sei, impossibile anche solo pensarti qui. Tu che mi hai insegnato a sparire. Read more

Culi (e cuori) di Pietra #2 – I gradini di San Pietro e Paolo

Culi (e cuori) di Pietra #2 – I gradini di San Pietro e Paolo

Mai dichiarare il proprio amore seduti sul sagrato di una chiesa. E se ci siete già cascati, rimediandone sofferenza al cuore e ai glutei, abbiate almeno l’accortezza di non commettere lo stesso errore una seconda volta. D’accordo, vi piace sfidare la sorte. Ma cercate di ricordare che una chiesa in cui ogni 27 di aprile si celebra, ininterrottamente da chissà quanti anni, una messa in suffragio di Benito Mussolini, non può che portarvi male. Read more

Grand Hotel Sea-Gull Magique #1

Grand Hotel Sea-Gull Magique #1

Lo sognò bianco. Una enorme fontana di cristallo, i bagliori rosa del tramonto la accendevano in miliardi di gocce. Il corpo centrale un’alta torre cilindrica, decorata con fregi gotici, finiva in punta di campanile. In cima, tra gli archetti dove si sarebbero potute immaginare due campane in bronzo, un potente faro roteava il suo occhio verso l’oceano. Read more

Culi di Pietra #1 – Il Parco delle Terme di Acireale

Culi di Pietra #1 – Il Parco delle Terme di Acireale

Passeggiano per i vialetti, sotto la volta scarmigliata degli alberi. Non hanno fretta. Scelgono una panchina, siedono, ridono, si baciano. Si rimettono in piedi e continuano a vagare per il parco, a guardare le foglie. Come nel loro Eden, sono soli.
Tornano a sedersi, lui addirittura si sdraia, lei si mette per traverso, gli si appoggia sulla pancia. Si guardano da vicino, parlano, si accarezzano. Intanto una mamma, africana a giudicare dal suono della lingua, viene a pranzare. Suo figlio è un marmocchio in maglietta a righe a cui scappa la pipì. Read more

enTRENamiento

enTRENamiento

En enero de 2011, los dedos se dejaron escapar este intento frustrado de cuento, incompleto y banal. En ello toma cuerpo una idea de ciertas historias de amor, su desarrollo y desenlace inexorable, su naturaleza ficticia.

 enTRENamiento

La mirada colgada afuera de la ventanilla, en los edificios que iban creciendo paso a paso. El Tigre ya agua de recuerdo, trás el último vagón. Uñas sin pintar, las manos quietas encima del vientre. Cansada en el tiempo vacío del transborde, los ojos bordeados de una belleza india, casi despiertos. Enloquecidos por el movimiento. Bajo el peso de las pestañas, espejos para un paisaje de seda y agujas. Read more

L’estate del ’43 – un racconto

L’estate del ’43 – un racconto

L’estate del ‘43

Era una casa di pietra, in mezzo al bosco di Sant’Angelo. Se ne stava lì, smossa come fungo di cane da un bastone inesperto. Una casa del demanio, abbandonata dagli ultimi forestali richiamati a valle. Nera di vulcano sotto la patina di muffa. La porta divelta, il tetto con un occhio cieco, canali di terracotta in cocci sulla terra umida. Read more