“Quel fiore giallo lì non ho neanche provato a disegnarlo, perché nessuno lo raccoglierebbe. Neppure il vento o i capelli, un orecchio, una foto scattata male. Quel fiore giallo sulla punta del naso, di un naso piccolo arricciato da una risata spenta in fretta. Quel fiore abbandonato in curva, fuggito dal retrovisore. Quel che ne resta è un profumo denso di stalla, di sale”.

La testa bionda sbucò da dietro l’angolo, nello scampanio del pomeriggio. Il primo caldo le incollava i capelli sulla fronte. Non rideva, aveva più l’espressione di chi vuole fregarti. Non cattiva, no. Ma d’una furbizia bambina. Tornò a nascondersi, per gioco, dietro la pietra, e ogni tanto faceva capolino la punta di spillo di due occhi celesti. Per stare allo scherzo smisi di scrivere, sollevai il giornale aperto all’altezza del naso. Leggevo tre righe e di tanto in tanto sporgevo lo sguardo oltre la carta. Ce ne stavamo nascosti così, ognuno dietro il suo bianco e nero, di carta e di pietra. Ruppe il gioco il cameriere, con la coppa di gelato per la quale mi aveva fatto aspettare tanto da farmi passare la voglia. Col cucchiaino sospeso in aria cercai con gli occhi il ragazzino biondo.


“Ya nunca alumbraré con las estrellas

nuestra marcha sin querellas

por las noches de Pompeya.

Las calles y las lunas suburbanas,

y mi amor y tu ventana

todo ha muerto ya lo sé“

Il Polaco Goyeneche canta e sputa sangue e rum ad ogni verso. E io rivedo Pompeya affacciarsi dal terriccio della sua gola. D’improvviso il cielo di latta di agosto vince a gomitate uno spazio tra i palazzi e rimane da solo, immenso e grigio cielo della penultima America. Cammino per Avenida Saenz, sui marciapiedi di facce scure. Nel silenzio esplode il ventre dei kioscos di incarti di merendine, di polvere, reggaeton e cumbia. E tu non ci sei, impossibile anche solo pensarti qui. Tu che mi hai insegnato a sparire.


Mai dichiarare il proprio amore seduti sul sagrato di una chiesa. E se ci siete già cascati, rimediandone sofferenza al cuore e ai glutei, abbiate almeno l’accortezza di non commettere lo stesso errore una seconda volta. D’accordo, vi piace sfidare la sorte. Ma cercate di ricordare che una chiesa in cui ogni 27 di aprile si celebra, ininterrottamente da chissà quanti anni, una messa in suffragio di Benito Mussolini, non può che portarvi male.


Lo sognò bianco. Una enorme fontana di cristallo, i bagliori rosa del tramonto la accendevano in miliardi di gocce. Il corpo centrale un’alta torre cilindrica, decorata con fregi gotici, finiva in punta di campanile. In cima, tra gli archetti dove si sarebbero potute immaginare due campane in bronzo, un potente faro roteava il suo occhio verso l’oceano.


Passeggiano per i vialetti, sotto la volta scarmigliata degli alberi. Non hanno fretta. Scelgono una panchina, siedono, ridono, si baciano. Si rimettono in piedi e continuano a vagare per il parco, a guardare le foglie. Come nel loro Eden, sono soli. Tornano a sedersi, lui addirittura si sdraia, lei si mette per traverso, gli si appoggia sulla pancia. Si guardano da vicino, parlano, si accarezzano. Intanto una mamma, africana a giudicare dal suono della lingua, viene a pranzare. Suo figlio è un marmocchio in maglietta a righe a cui scappa la pipì.


En enero de 2011, los dedos se dejaron escapar este intento frustrado de cuento, incompleto y banal. En ello toma cuerpo una idea de ciertas historias de amor, su desarrollo y desenlace inexorable, su naturaleza ficticia.

 enTRENamiento

La mirada colgada afuera de la ventanilla, en los edificios que iban creciendo paso a paso. El Tigre ya agua de recuerdo, trás el último vagón. Uñas sin pintar, las manos quietas encima del vientre. Cansada en el tiempo vacío del transborde, los ojos bordeados de una belleza india, casi despiertos. Enloquecidos por el movimiento. Bajo el peso de las pestañas, espejos para un paisaje de seda y agujas.


L’estate del ‘43

Era una casa di pietra, in mezzo al bosco di Sant’Angelo. Se ne stava lì, smossa come fungo di cane da un bastone inesperto. Una casa del demanio, abbandonata dagli ultimi forestali richiamati a valle. Nera di vulcano sotto la patina di muffa. La porta divelta, il tetto con un occhio cieco, canali di terracotta in cocci sulla terra umida.