A egregie cose

A egregie cose

A egregie cose

Ai morti, si sa,
data la loro condizione,
non è dato di difendersi.
Peggior sorte tocca a chi,
per indole tenace,
della disobbedienza ha fatto un grido
finché ha avuto facoltà di voce.
Succede infatti che, assieme col respiro,
da loro si diparta la terza dimensione,
quella complessa del pensiero e delle azioni.
Per le idee che hanno difeso con la vita
nella morte non c’è posto, non ci stanno
sulla lapide liscia che li schiaccia,
più grave di quanto
non sappia essere la terra.
Disgraziati figli della pressa,
rapiti al silenzio, ripuliti, pettinati
resuscitano sottili a mo’ di icona,
perfetti per la stampa su tessuto
e altri supporti.
Si ritrovano marchiati su una targa,
latrina per uccelli, esposti a nuova usura
che altri chiamano memoria,
merce per lo scambio o incastonati
nel pantheon di chi in vita
li avrebbe volentieri presi a calci
e calpestati.
Come del resto fanno gli avvoltoi,
col santino in petto, e seguitano
a dire “il morto è mio, è mio!”,
ora che non può far più male,
ora che non può più dire
che se mai avesse potuto scegliere,
non avrebbe certo fatto festa coi padroni.
Ho conosciuto un tipo, una volta
in Galilea, un bravo cristo.
Direi che gli è finita male, poveretto.

A Peppino Impastato, nel giorno dell’intitolazione alla sua memoria di un (ex?) parcheggio nella gloriosa città di Acireale, alla presenza degli onorevoli di turno.

Caras y Caretas – Carnevale di Viareggio 2017

Caras y Caretas – Carnevale di Viareggio 2017


“Viareggio 2017”

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Un’altra estate

Un’altra estate


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“Hic meus locus pugnare est et hinc non me removebunt”

“Hic meus locus pugnare est et hinc non me removebunt”

 

A 40 anni dal giorno in cui i boia del Proceso Militar argentino fecero sparire Haroldo Conti, scrittore.

 —- da “Literatura y Compromiso – la scrittura militante di Héctor Germán Oesterheld e Haroldo Conti”) —-

“Oreste despertó detrás de una reja. En el primer momento creyó que, como ocurría al final de la visita del señor Tesero, estaba en la jaula del chimpancé. Cambió de idea cuando apareció un gorila con uniforme de rural y sin decir palabra lo molió minuciosamente a palos. (Haroldo Conti, Mascaró, el cazador americano, p. 125)

Il lato più truce della realtà fa il suo ingresso ad interrompere la magia del romanzo. Conti scrive Mascaró nel 1975, quando le Forze Armate non hanno ancora preso il potere, ma l’ultra-destra è già al lavoro per sgominare qualunque tentativo di opposizione all’ordine costituito, qualunque progetto di rovesciamento del sistema. Dopo la morte di Perón, la gestione del potere è affidata alla disastrosa presidenza della sua terza moglie, Isabel Martínez. “Isabelita” autorizza ufficialmente l’uso indiscriminato della violenza da parte dell’esercito nella repressione dei focolai rivoluzionari nella provincia di Tucumán. Si tratta dell’”Operativo Independencia”, un decreto che prevede l’uso del terrore, l’istituzione di campi di concentramento con pratiche di tortura ai danni dei guerriglieri catturati. Il decreto viene presto esteso a tutto il paese, e la violenza di stato va così ad affiancare l’operato clandestino dell’organizzazione terroristica denominata Triple A. Voluta da López Rega, ministro del governo Perón e successivamente del governo Martínez, l’Alianza Anticomunista Argentina portò a termine numerosi attentati e altrettante operazioni di sequestro e tortura ai danni di militanti della sinistra argentina. Tutto questo in un clima di crescente repressione delle libertà fondamentali e del diritto d’opinione.[1]

La scrittura militante di Haroldo Conti non poteva chiudere gli occhi di fronte a tutto questo, non poteva negare l’evidenza di una realtà tragica e inaccettabile. Il rischio del sequestro e della violenza diventa concreto per qualunque militante, e per qualunque uomo libero. E nemmeno la finzione può sfuggire a questa tremenda possibilità, anzi, deliberatamente decide di raccontare l’orrore, a suo modo. Sorpreso dentro il giardino zoologico di Maldonado mentre esegue il suo volo di cigno, Oreste è catturato dai “rurales” che cominciano ad applicare su di lui le feroci maniere della tortura. L’orrore irrompe nel romanzo, a Oreste tocca compiere un nuovo viaggio negli inferi, stavolta ben più doloroso del capitombolo nella pancia del Mañana. Nello spazio buio della prigione è costretto a sperimentare la violenza cieca dei suoi torturatori, perpetrata per mezzo dei metodi più raccapriccianti.

Giunta nelle pagine conclusive del romanzo, l’esperienza dell’ennesima morte-rinascita ha il senso della consacrazione del processo di maturazione dell’individuo. E’ la chiave definitiva che permette ad Oreste di decodificare il proprio destino, alla luce di tutto ciò che ha vissuto: il viaggio, il circo, la lotta. Ma prima di arrivare a questa consapevolezza finale, Oreste deve passare per le mani dei suoi gorilla. Pur se rappresentata in tutta la sua crudezza e ferocia, coerentemente con lo spirito del romanzo la violenza viene derisa, messa a nudo in tutta la sua insensatezza. Come esempio della rappresentazione dell’illogicità manifesta del terrore, non possiamo fare a meno di riportare alcuni significativi momenti dell’interrogatorio a cui i carcerieri sottopongono Oreste:

[…] Otros cinco minutos y vuelve a empezar.

— ¿Es usted Príncipe?

— Sí… ¡Ay!

— Conteste con claridad. ¿Es usted Príncipe?

— Sí.

— ¿Por qué?

— Por infusión.

— ¿Es usted artista?

— Sí.

— ¿Por qué?

— Por confusión.

— ¿Es usted tiesto?

— Sí.

— ¿Por qué?

— Por proclamación.

— ¿Es usted hijo de puta?

— Sí.

— ¿Por qué?

— Por concepción.

El tipo se frotó los bigotes y pareció satisfecho. Sin embargo, al rato se inclinó sobre Oreste y después de un puazo que le hizo temblar hasta los dientes preguntó con calma:

— ¿Cómo puede ser todo eso a la vez?

— ¡Por composición!… — gritó Oreste, con una brasa entre las piernas.

— No grite.

— Por composición.

De golpe el tipo pegó un salto como si por desacierto le hubiesen metido a él la púa y empezó a aullar hasta que se le puso negra la vena del cuello.

— ¡Miente! ¡Miente!… ¡Es un asqueroso y podrido intelectual!

— ¿Qué cosa?

— ¡Usted se calla! ¡Usted casi no existe!

— Sí, señor.

— ¡Diga que miente!

— Sí, miento.

— Sí sólo.

— Sí.

— ¡Ve que miente! — el desgraciado se frotó los bigotes con fruición— . ¡Duro con él! (pp. 125-126)

Sottoposto alle scosse del “memento eléctrico”, Oreste è costretto a rispondere a domande martellanti, ripetitive e assolutamente prive di senso. Con la stessa moneta, con la parola assurda, Oreste risponde, resistendo al dolore: annuire significa sfottere, dare al sistema una falsa legittimazione di autorità. Tuttavia, a mandarlo in tilt può essere solo una manifestazione di estrema coerenza, che può esser scambiata per contro-follia, impossibile da gestire, inutile ai fini di qualunque investigazione. Così, di fronte ai ritratti dei compagni e degli amici che l’aguzzino sottopone ad Oreste perché chiarisca la loro identità e il loro ruolo, il prigioniero inventa un turbine di nomi e soprannomi. Turbato da questo irrazionale proliferare di identità, il potere dichiara Oreste matto e lo caccia via.

Ciò che il sistema non può capire è ciò che Oreste ha invece imparato nel suo lungo viaggio:

Oreste hubiera querido explicarle que los nombres son cosa de capricho. Que así como él, en su nueva condición, podía dejar de llamarse Oreste para ser más razonablemente Cero, y Primo, Cinco,

Carpoforo podría muy bien consistir como Finito y el Nuño como el feroz capitán Cornamusa, lo cual se avenía mejor con sus nuevas encarnaciones. Pero no le dieron tiempo ni lo habrían entendido.

Nella finzione, il non-senso della realtà può apparire come un incubo comunque doloroso, che è necessario raccontare per poter imparare a difendersi da esso. Conseguenza della violenza non deve essere il silenzio, l’incubo può servire a rafforzare la luminosità del sogno rivoluzionario, a incoraggiare la resistenza e il contrattacco. Così Oreste, miracolosamente libero, nelle ultime pagine del romanzo decide, con fermezza e rinnovata speranza, di salire ancora una volta sul Mañana per riprendere la lotta.

Qui si conclude il romanzo, che Conti visse come una profonda esperienza di rinnovamento della propria scrittura in funzione di un progetto rivoluzionario che andasse al di là del mestiere di scrivere.

 No sé qué sentido tiene que yo me proponga escribir una novela revolucionaria si ante todo no soy un revolucionario. Y aun cuando lo sea bien puede suceder que la novela, en definitiva, resulte otra cosa.[2]

Conti sentì la necessità di metter in pratica la sua idea di rivoluzione dentro e fuori dall’arte, e lo dimostrò con Mascaró, romanzo in cui la finzione, il sogno e la realtà convivono senza conseguenze nefaste per l’esercizio artistico. Il risultato è invece una convergenza di arte e lotta, raccontata con un linguaggio capace di rendere il fascino concreto di questo incontro.

Il mestiere di scrivere venne vissuto da Conti come una missione artistica, prima ancora che politica, e senza la presunzione di elevare l’intellettuale a faro del popolo, coerentemente con un’incrollabile sentimento di uguaglianza tra tutti gli uomini:

creo que un trabajador no tiene privilegios en mérito a la función que cumple. Niego esa aureola, esa condición de aristócrata con que se han revestido muchos escritores burgueses. ¿Qué diferencia hay entre lo que hacía mi abuelo, que era carpintero, o mi padre, un tendero y vendedor ambulante, y lo que yo hago? Mi abuelo manejaba el serrucho y la garlopa; yo manejo mi máquina de escribir, mis ideas y un lenguaje. Ni siquiera estoy exceptuado del esfuerzo físico. No quiero que mi oficio me destaque o jerarquice: como dice Mario Benedetti, “no hay prioridades para el escritor”. El único privilegio al que puedo aspirar es que algún día mis compañeros albañiles o mecánicos me reconozcan como uno de los suyos. Y así como alguien podrá decir “mi orgullo es ser albañil”, yo diré “mi orgullo es ser escritor”, el de construir historias tal como el albañil construye casas.[3]

L’intenzione di dare alla propria letteratura l’opportunità di ospitare un nuovo sentimento militante è legata al rapporto che Conti instaurò con l’intero continente americano, l’attenzione con cui seppe guardare ai suoi problemi e alla sua necessità di riscatto.

Yo creo […] que con en Vida llegaba a un callejón sin salida: es una literatura que considero demasiado individualista. Para ese tiempo se produce mi primer viaje a Cuba, y mi primer contacto por lo menos a flor de pueblo, con América. Recién en ese momento, tuve un presentimento de lo que es América y de lo que puede importar como tema[4]

I viaggi a Cuba, nel ’71 e nel ’74, rappresentarono per Conti la possibilità di toccare con mano l’applicazione concreta di un sogno di uguaglianza, e la speranza di poter estendere quel sogno a tutto il Latinoamérica. Ancora sul numero 16 di Crisis,  dopo aver raccontato il suo incontro con Fidel Castro, l’autore non fece mistero di questa speranza:

[…] puede usted ver lo que significó para mí Cuba. Es lo que deseo para mi Patria, naturalmente. Cómo no desearlo? Una sociedad más justa, más digna, más humana. […]

Para que en los momentos de adversidad sepamos que allí está esa firme bandera, que alguien en América lo hizo, que esa llama es imparable y que tarde o temprano alumbrará para todos.[5]

Una dichiarazione come questa, rilasciata alla stampa nel 1974, può essere definita, con un eufemismo, pericolosa. E ancor di più poteva esserlo, agli occhi delle forze reazionarie che già tiranneggiavano sul paese, una chiara dichiarazione di ideali e di appartenenza politica:

quiero dejar establecido, porque son pocas las oportunidades de proclamar lo que uno piensa, que apoyo al FAS, a cuyo VI Congreso en el barrio Ludueña, de Rosario, acabo de asistir, junto con mi compañera y los escritores Constantini y Santoro, que he ofrecido en Córdoba mi colaboración para lo que mande el compañero Agustín Tosco y que creo decididamente en la patria socialista. Más claro, imposible.[6]

Occorre precisare che il Frente Antimperialista y por el Socialismo, sebbene fosse nato da una costola del gruppo armato dell’PRT-ERP, non era una formazione direttamente impegnata in azioni di guerriglia o terrorismo. Si trattava di un gruppo di militanti politici con idee molto chiare, impegnato nella lotta frontale contro l’imperialismo statunitense, le politiche repressive del governo e lo sfruttamento della classe operaia e bracciantile del paese.

Conti non faceva mistero delle sue idee e delle forme che le incarnavano, e in un contesto così pericoloso per l’incolumità dei dissidenti, quest’atteggiamento non era frutto di ingenuità o spavalderia.

La sua era una concreta assunzione di responsabilità di fronte alla realtà, che significava anche nascondere in casa i militanti perseguitati e prestare assistenza ai compagni di lotta sfuggiti alla cattura:

En este mismo momento las Fuerzas Armadas están haciendo un operativo rastrillo a pocas cuadras de aquí. Por otra parte nuestra casa, por lo amplia y desapercibida, sirve a menudo de refugio a compañeros que están con problemas. Ahora mismo habita aquí la hermana de un compañero que cayó los otros días en el ataque al Batallón 601 y hasta hace poco vivía uno de los muchachos del Libre Teatro Libre que huyó de Córdoba después de haber caído su departamento en un allanamiento que observó desde la calle, por suerte. Mi Sra, a pesar de su avanzado estado de gravidez, cumple una tarea agotadora de asistencia y atención por caídos y presos. Hay caídos a diario y esa gente necesita atención, mover a medio mundo para ubicarlos y luego que no los maten.[7]

Quando la Giunta Militare prese il potere, il 24 marzo 1976, la maggior parte degli intellettuali, militanti e non, cercò di salvarsi dalla falce cieca del regime, di sfuggire al silenzio che la violenza aveva imposto.

Haroldo Conti decise invece di rimanere a Buenos Aires, nella sua casa nel quartiere di Villa Crespo, e la sua scelta assunse una dimensione disperatamente eroica:

Resterò finché mi sarà possibile, al resto provvederà Dio, perché scrivere è la sola cosa che so fare, e neppure quella troppo bene[8]

La frase in latino che dà il titolo a questo capitolo campeggiava sul suo tavolo la notte del 5 maggio 1976, in cui una brigata del Batallón 601, facente capo all’ Inteligencia del Ejército Argentino, fece irruzione nella sua abitazione e lo fece sparire per sempre.

Sull’unica trincea che mai ebbe modo di occupare, la sua scrivania, Haroldo Conti lasciò il suo ultimo racconto. Si intitola A la diestra, e fu scritto, con molta probabilità, il giorno precedente al sequestro.

[…] apenas un leve polvo suspendido en el patio, esa veladura general que cubre las cosas del pueblo y al propio pueblo y que seguramente brota de mi corazón. Ese es el tiempo.

Mi tiempo. La historia. Lo que llevo de ausencia. Entre la tía y yo está el vidrio de la cancel y veinte años de tristezas en esta ciudad de forasteros que nunca llegué a amar, que amé con rencor, más bien, unas pocas veces. Mi Buenos Aires querido, ya me tenes bien podrido.[9]

In reazione al tempo della realtà grigia e dolorosa, il racconto è un viaggio nella salvezza della memoria, degli affetti familiari, dei luoghi dell’infanzia. Il ricordo si mescola al sogno in immagini che il tempo violento del presente non può sgretolare.

Mentre resiste al suo posto di combattimento, l’autore sa bene che l’orrore verrà presto a ghermirlo, e allora impugna la penna e si aggrappa ai versi del poeta Juan Gelman:

Sentado al borde de una silla desfondada, (don Dios echó un ojo a la suya y se afirmó en las alpargatas) mareado, enfermo, casi vivo (es decir, casi muerto) escribo versos previamente llorados por la ciudad donde nací, (se refiere a Buenos Aires pero en este caso se aplica a cualquier imitación de provincia) Hay que atraparlos, también aquí (en cualquier parte, esto es en Chacabuco o en el propio Warnes que está ahí abajo) nacieron hijos dulces míos que entre tanto castigo te endulzan bellamente (pu­cha, si no hay aquí también una larga historia de castigos) Hay que aprender a resistir.

Ni a irse ni a quedarse (o a estar yéndose que es la forma de consistir en estos pueblos)

a resistir, aunque es seguro que habrá más penas y olvido (con estas penas y olvidos se fue haciendo el pueblo). [10]

Resistere scrivendo, opporre alla morte la vita, finché risulta possibile.

E se la penna viene spezzata, rimane il sogno di un volo, com’era per Basilio Argimón, e per Oreste trasfigurato in cigno: il volo liberato dagli orrori della storia, verso quel cielo in cui “don Dios“, Gesù, gli angeli e la zia Teresa danno una festa con asado.

A fronteggiare la realtà rimane la forza della memoria, l’”álamo Carolina”, l’albero dell’infanzia sotto i cui rami si può sentire ancora suonare la poesia e la tenerezza della lotta:

De la violenta madrugada

Un hombre entra a su casa y el olor de sus hijos

le golpea la cara, los olvidos, la furia,

ahora cierra la puerta con doble llave

y se saca la gente, la ropa con cuidado,

apaga los gritos de la camisa

o los ojos del camarada que brillan en la cárcel

y oye cómo se mueve la ternura en la pieza,

bajo sus ramas dormirá todavía una noche,

bajo sus ramas yacerá cuando caiga.[11]

[1]           Fonti: Diez, 2004; Novaro-Palermo, 2003; Romero, 2004.

[2]           In Crisis, n°16, 1974

[3]           Intervista ad Haroldo Conti, in Diario La Opinión, 15 de junio de 1975, su www.pagina12.com.ar

[4]           Haroldo Conti, Intervista rilasciata a Siete días Ilustrados, Buenos Aires 11 agosto 1970, citata da  Gilberto Valdés Gutierrez,  op. cit. pag. 67

[5]           Crisis,  n° 16, 1974, p. 43

[6]           Ibidem, p. 42

[7]           H. Conti in una lettera a Roberto Fernández Retamar del 2 gennaio 1976

            (fonte: www.literatura.org)

[8]           H. Conti in una lettera a G. García Marquez, nella “Prefazione” a Mascaró, il cacciatore americano, Bompiani, Milano 1983

[9]           H. Conti, A la diestra, in Cuentos Completos, Emecé Editores, Buenos Aires 1994 (p.149)

            Il racconto fu pubblicato per la prima volta, in forma postuma, su Casa de las Américas, N° 107, 1978, La Habana

[10]          Ibidem

[11]          J. Gelman, El árbol, tratta dal finale di A la diestra”

Nacimiento de un murguero (media rumba)

– y a mi, me queda corto
– y a mi, a mi me queda largo
dale la vuelta al traje del patrón
no importa la medida y su función
dale la vuelta al traje del patrón
importa que le metas corazón

– y a mi me queda mudo
– y a mi, a mi me queda triste
dale la vuelta al traje del patrón
verás cómo encontrás todo el color
dale la vuelta al traje del patrón
verás cómo te viste una canción

– pero así, así quedo pelado
– aún así falta un sombrero
ponete una galera del revés
pegale encima lo que más querés
ponete una galera del revés
bailá de la cabeza hasta los pies

– pero así, así me reconocen
– así, así me falta algo
pintate en rojo verde y amarillo
de sangre mate y dulce de membrillo
pintate en rojo verde y amarillo
dibujate una estrella con su brillo

– pero y si, y si me quedo solo
– y si, si me dicen loco
salí a la calle, estalla el carnaval
verás como se acaba el funeral
sacale al viento toda tu sonrisa
verás como se cagan de la risa

– y si, y si no sé bailar
– y si, y si me da vergüenza
saltá como si fueras a volar
el hielo no se rompe sin pegar
saltá como si fueras a volar
en la calle lo que falta es libertad.

(dedicada a Flipando en Colores Murga Barcelona, en el V aniversario de su fundación)

fipando

Le ossa di Agua Real

Le ossa di Agua Real

[…] Ormai c’era quasi, avrebbe visto Agua Real. E aveva capito, la mula stava tornando a casa. L’odore dello zolfo ormai gli aveva preso i vestiti, la pelle, le narici. La accompagnò con il fiato che gli restava. Il sentiero si allargò gradualmente e perse pendenza, e alla vista apparve il braccio spezzato di un arco. Entrarono in paese l’uno accanto all’altra. La strada attraversava due lunghe file di case diroccate, incollate tra loro. Il chiarore appiattiva le ombre, si sforzava di addolcire i contorni, ma non poteva nascondere le ferite sulle facciate violentate dal tempo, i balconi e i muri in pezzi sulla terra, porte e finestre sventrate dal vento. Il profilo del cielo era irregolare, palazzetti conservavano antica memoria di fregi, e svettavano accanto a casupole piatte, o litigavano in altezza con facciate di calce annerita, mattoni, lamiere, interi piani costruiti alla buona. Ernesto non capiva se le abitazioni fossero state distrutte oppure non fossero mai state completate. Molte di esse avevano perso il tetto, e una foresta di rovi superava le pareti, sbucava dalle finestre, mentre altre piante dai rami tenaci mettevano la barba ai cornicioni, spaccavano la pelle d’intonaco dei prospetti. Avanzavano lenti, contemplavano la rovina come chi sapeva che non avrebbe potuto sperare di trovare di meglio. Eppure rapiti, entrambi, da quel silenzio senza speranza. Ogni tanto Ernesto si allontanava dal centro della strada, andava a sbirciare dentro le botteghe senza soffitto, dove la luce illuminava la ruggine di lame di coltello, zappe, martelli, sgorbie. Sembrava, a volte, che gli utensili fossero stati abbandonati d’improvviso, che la vita se ne fosse andata come scacciata in fretta da un terremoto […]

Agua Real, pp. 116-117

 

Autonautas

Autonautas

Ci pensi, se fossimo stati un’autostrada, senza il rischio lento di incontrarci? Tutto quello spazio lungo e senza incroci, cavalli in corsa coi paraocchi. Ci pensi? Avremmo avuto punti da raggiungere, e distanza, ma non saremmo stati noi la destinazione. Non avremmo fatto caso al paesaggio, o forse sì, temendo per le nuvole basse all’orizzonte, infastiditi dal sole piatto sull’asfalto, quando costringe gli occhi alla fatica. Oppure felici, ma soli, per un viadotto teso sulle colline più spoglie. Per l’oro di un mattino prima del lavoro. O inquieti, e insieme stranamente sereni, per un incendio lontano, per l’odore di bruciato dell’estate.
Il nostro vivere su gomma avrebbe forzato la sua corsa, senza contemplare l’incontro. Da casello a casello non avremmo badato ai limiti, inforcando il vento dietro la gobba dei rimorchi. Spaventati dallo spostamento d’aria, dal sedile vuoto accanto a noi. Avremmo fumato, disturbati dal battito in una fessura di finestrino. Gettato la cicca, sprezzanti e cattivi, nel nulla lasciato alle spalle, stringendo i denti in faccia allo stesso nulla a venire, schiacciato sul cofano. Saremmo stati camicie sudate, senza la gioia di poterle togliere insieme su una spiaggia, di poter slacciare i bottoni altrui. I tuoi, i miei. In mezzo al giallo avremmo ancora sognato lunghe lingue americane, pur sapendo quanto siano condannate alla brevità le traiettorie su un’isola.
Due funi tese senza speranza di essere treccia, separate dal silenzio di abitacoli anonimi in sorpasso. Avrei cantato, forse. Ma non ti avrei mai sentita cantare, né chiedermi un passaggio, una sosta. Saremmo stati in coda, ma senza questa voglia, la mancanza, la ragione per arrivare prima della fine del giorno. Solo una rabbia, un fastidio. Per essere stati rallentati, bloccati ancora una volta, ma senza biscotti appena sfornati ad aspettarci, senza che qualcuno potesse ignorare la sorpresa in arrivo alla porta. O preoccuparsi per noi e chiamare, per la pioggia forte sulla terra ferma, sul tetto di casa. Non saremmo stati noi, non ci saremmo guardati. O magari ci saremmo riconosciuti lo stesso, io in direzione sud, tu lanciata verso nord. Senza fermarci, ci saremmo visti passare per lo spazio di un secondo e di uno spartitraffico più basso. Allora avremmo comunque scoperto o immaginato che esiste questo tempo nostro e senza fretta, da qualche parte fuori dalla pista. Così com’è, una strada sola, tra muri bianchi, stretta tra la sabbia e i campi.