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	<title>LuzAzuL &#187; Esilio</title>
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	<description>lotta armata in assenza d&#039;amore</description>
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		<title>La maison du chat noir</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 22:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due isolati più su, vado a vivere da solo come Jerry Calà, ma con un senso del design decisamente più convenzionale, per non dire più noioso. Qualcuno ha lasciato un gatto nero con mezza testa che non si muove dalla finestra. Mi ricorda ogni mattina la mia scelta. Guarda piovere a giugno, guarda il sole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-549" style="margin: 10px;" title="gatonegro" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/06/gatonegro.jpg" alt="" width="209" height="267" />Due isolati più su, vado a vivere da solo come <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2PrS0DJpkjo" target="_blank">Jerry Calà</a>, ma con un senso del design decisamente più convenzionale, per non dire più noioso.<br />
Qualcuno ha lasciato un gatto nero con mezza testa che non si muove dalla finestra. Mi ricorda ogni mattina la mia scelta.<br />
Guarda piovere a giugno, guarda il sole delle undici affacciarsi tra i palazzi. Scende dal vetro quando non ci sono, gira cieco per le stanze vuote, fruga nel cestino dei rifiuti, lascia i peli sul divano all’ora della siesta. Quando la chiave gira nella toppa, torna in fretta a farsi sagoma, tira su la coda, solleva appena una zampa. E allora sono io che vago per le stanze. Abile montatore Ikea, stringo le viti della scarpiera per il cuore. Frugo nel frigo troppo grande per non essere vuoto, lascio capelli che lo straccio non raccoglie. Sono io che mi schiaccio su due sole dimensioni sotto il peso della notte e dei soffitti troppo alti. E ho un letto tanto ampio da ospitare me e tutti i miei fantasmi. Adesso ho deciso di restare, piantina di plastica senza radice, unico inquilino per sei coperti. Ora ho trovato la cornice, ora che la strada ha smesso di chiamare e non sono altro che una sedia e mio cugino dall’alto del suo albero attraversa le onde e gli orizzonti e mi fa notare da così lontano che non sono in viaggio, non più. Ora che per lavoro vendo la staticità di quattro pareti a chi arriva a questo porto. E non c&#8217;è impresa più titanica e insulsa che tentare di trasformare queste pareti bianche in una terra rossa su cui tracciare scarabocchi.</p>
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		<title>movimiento central</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 00:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/03/murga.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-515" style="margin: 10px;" title="murga" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/03/murga.jpg" alt="murga" width="263" height="197" /></a>Por un tiempo demasiado largo, lo único que pudo llamar Murga, que le pertenecía como tal, fue su bicicleta, más vieja que él. Quizás por los golpes de pedal, los chirridos de metal que marcaba con sus piernas. Más que quejas, sonrisas de un ritmo callejero. O quizás por la memoria y el deseo de latitudes acostadas bajo la falda del mundo, lugares sin sustancia por los que iba vagabundeando como una bicicleta en primavera, pero siempre dando vueltas por las calles dibujadas de la isla o arriba y abajo por una bota de tierra demasiado real. Ahora dos ruedas primas vestidas de fresa y nata lo van llevando a veces donde un bombo inesperado truena más fuerte, dobla las rodillas, estira las piernas hacia arriba y las acerca al corazón. En esos momentos sagrados, no es de allá ni de acá. No procede, anda.<br />
Ahora ya no importa donde se ubique, si sus propias latitudes lo reconozcan a pesar de la distancia, o si a esa larga lengua de sueños le pertenezca o menos por elección sentimental y no por nacimiento. Ahora va pedaleando en el aire, y un viento de otras piernas y brazos lo empuja. Si no fuera por otros cuerpos, no existiría ni a medias. Ahora que su latido suena a platillo, la espalda le cruje sólo en la jaula de la silla. Suda y fuma lo que tiene y no puede tener, otro país, otro idioma, un amor, todos los besos que no le tocan, la soledad que lo envuelve como un destino, lana de remate. Al final del desfile, cuando la tierra deja de temblar y ya no queda ruido que lo suspenda como un granito de polvo, se llevaría a la cama la cara pintada, para  no abrazar rencores sino esperanzas. Para seguir soñando en colores.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/03/flipando_en_colores.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-516" title="flipando_en_colores" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/03/flipando_en_colores.jpg" alt="flipando_en_colores" width="488" height="324" /></a></p>
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		<title>El baile de la gambeta</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 23:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualcuno lo conosco appena, altri solo un po&#8217; meglio, di altri  ancora non ricordo nemmeno il nome, se non stavano con me in squadra non dovevo chiamarli. Seduti al bar, Mariano mi sorprende chiedendomi a bruciapelo cosa penso dei rumeni, di tutti i rumeni. Mi chiede se la penso come la maggior parte delle persone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/02/il_campetto_della_villa_belvedere.jpg" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-487" style="margin: 12px;" title="il_campetto_della_villa_belvedere" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/02/il_campetto_della_villa_belvedere.jpg" alt="" width="331" height="221" /></a>Qualcuno lo conosco appena, altri solo un po&#8217; meglio, di altri  ancora non ricordo nemmeno il nome, se non stavano con me in squadra non dovevo chiamarli. Seduti al bar, Mariano mi sorprende chiedendomi a bruciapelo cosa penso dei rumeni, di tutti i rumeni. Mi chiede se la penso come la maggior parte delle persone che incontra, come la tv. Mentre gli altri parlano degli anni d’oro dello Steaua, lui mi dice del loro lavoro. Panettieri. Lavorano per nove ore a cavallo tra la notte e il giorno, tre delle quali in nero. Non prendono lo stipendio da due mesi. Al sabato li vedo ridere dietro a un pallone, non risparmiano una goccia di fiato. Corporatura rocciosa, tecnica non impeccabile ma grinta da pala meccanica. Buoni come il pane.<br />
A volte giochiamo al Poliesportiu Miro, da cui eravamo stati anche banditi in estate per aver fatto il bagno in una capiente piscina gonfiabile lasciata incustodita proprio accanto al campo. Altrimenti, come da piccoli, scavalchiamo una rete di recinzione,  popoliamo il campetto di una scuola incastrata tra Sants e Zona Franca. Siamo argentini, cileni, rumeni, italiani, francesi, boliviani, ecuadoreñi, colombiani, gli spagnoli sempre in minoranza.  Non proprio come i <em>latinos </em>dietro al Camp Nou, che si giocano le bevute del fine settimana,  soltanto tra loro e con discutibilissime regole coniate da loro medesimi.<br />
In tutti questi mesi non mi è mai capitato di vedere un solo fallo cattivo, nemmeno un piccolissimo insulto, un accenno di rissa. E intanto, guardandomi allo specchio, riscopro quell’eleganza che credevo di aver perduto, stop di petto in corsa e botta al volo sul secondo palo, applausi dal campo. E poi <em>gambeteando</em> sorrido. Non serve che qualche ente benefico ci monti sopra un evento sponsorizzato e finanziato dalle più sensibili amministrazioni o multinazionali, non serve chiamarlo torneomulticulturaleperlaserenaconvivenzatraipopoli. Basta una palla e un giro di chiamate in cui sono caduto dentro per miracolo. Benvenuti a Barcellona.</p>
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		<title>Argentinidad</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 12:14:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bibi canta el tango con voz de sombra, ma sa metterci dentro anche una luce d&#8217;allegria. Succede allora che al Pastis, questo buco di bar nascosto dietro al tappeto lucido della Rambla, una stanza  in cui il penultimo arrivato prende le portate sulla schiena da quanto è piccina, succede che Bibi si metta a giocare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-407 alignright" style="margin: 10px;" title="in una milonga a berlino" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2010/05/DSCN2498-300x225.jpg" alt="in una milonga a berlino" width="300" height="225" />Bibi <em>canta el tango con voz de sombra</em>, ma sa metterci dentro anche una luce d&#8217;allegria. Succede allora che al <em>Pastis</em>, questo buco di bar nascosto dietro al tappeto lucido della Rambla, una stanza  in cui il penultimo arrivato prende le portate sulla schiena da quanto è piccina, succede che Bibi si metta a giocare col pubblico. Il microfono comincia a girare come bottiglia piena, canta e beve il maestro Luján, e la signora basca una milonga, sorseggiano e gorgheggiano in coro le ragazze in prima fila, argentine, uruguaye, manda giù e fuma il vecchino asciugato come un feto, chiede ancora una volta con un filo di voce e catrame <em>Mi Buenos Aires querido</em>. Canto e mi sbronzo anch&#8217;io. Bibi mi inganna con i miei stessi occhi chiusi, piazza il microfono proprio dentro al mio buio, me lo ritrovo sulle labbra che già cantavano, puntato al viso come una lama sul ritornello di <em>Naranjo en flor</em>. Nelle note che seguono non c&#8217;è coscienza, vinta, cancellata dalla minaccia e dalla chitarra di Gaspar  Müller, la tonalità è troppo alta ma non importa. Stento a crederci, ma mi sento al sicuro anche durante quei trenta secondi di nudo, troppo intimo l&#8217;abbraccio di una stanza, il pane comune d&#8217;una passione <em>&#8230;como un p</em><em>á</em><em>jaro sin luuuz</em>. Finito. Applauso. Bibi attacca l&#8217;ultima risata della <em>Milonga Sentimental</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduto sul bordo di Plaça Orwell mangio un tramezzino sotto il sole dell&#8217;una e mezza, non penso a nulla. Mi sorprende alle spalle la domanda di una voce femminile, accento argentino: &#8220;<em>Ayer cantaste tango?</em>&#8220;. Stordito, rispondo con uno sguardo perfettamente idiota e un mugugno alla ragazza che mi sorride dicendo &#8220;<em>no eras tu?</em>&#8220;. Mi ricordo che in effetti si trattava anche di me, in mezzo agli altri, la notte prima al Pastis. Annuisco, preciso che sono stati 30 umidissimi secondi di delirio.<br />
&#8220;<em>Cantaste muy bien</em>&#8220;, sorride ancora, torna al suo gruppo, seduto poco più in là, che mi riconosce e saluta da lontano. Li riconosco anch&#8217;io, stavano in piedi proprio alla mia sinistra, non sbagliavano un verso  tra le labbra socchiuse. In vacanza, a giudicare dalle macchine fotografiche, dai bermuda corti. Due coppie, per i sorrisi e le mani che si stringono attorno ai fianchi.<br />
Tre minuti dopo la ragazza si stacca di nuovo dal gruppo, ha in mano dei fogli di carta. Si avvicina e mi porge quello che scopro essere un racconto.  <em>Argentinidad</em>, di Diego Grillo Trubba. Mi spiega che si tratta di un regalo per un amico che non ha incontrato, ha pensato di lasciarlo a me, che forse avrei gradito, che avrei potuto capirlo &#8220;<em>Sos argentino o uruguayo, no?</em>&#8220;.<br />
&#8220;<em>No</em>, <em>italiano</em>&#8220;.<br />
&#8220;<em>Te gustará</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo si allontana, torna a perdersi nel labirinto. Leggo questa stramba storia di un tizio argentino, arrivato a Berlino senza soldi nè lavoro, a cui un gruppo di nerboruti tedeschi chiede lezioni di <em>savoir-faire</em> con le donne. &#8220;&#8230;<em>nos interesaría que nos des clases donde expliques cómo ser como vos. Cómo ser argentino</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>piroette di frittata</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 09:26:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando l&#8217;assassino accusa, con estrema naturalezza, il testimone.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><strong><a href="http://tv.repubblica.it/dossier/10-domande/berlusconi-ribellione-contro-la-stampa/37922?video" target="_blank">Quando l&#8217;assassino accusa, con estrema naturalezza, il testimone.</a></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><br />
</strong></p>
<p align="center">
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		<title>Oppressione, depressione (un brutto post)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 12:23:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Senza la televisione non potresti far niente. La televisione è una scatola, ed è una scatola magica, perchè c&#8217;è in tutte le famiglie. La accendi, e da casa ti vedono e diventi &#8220;popolare&#8221; [...] Basta apparire&#8220;. (Lele Mora) &#8220;Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignright size-medium wp-image-179" style="margin: 5px 10px;" title="television" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2009/10/DSCN2312-225x300.jpg" alt="television" width="225" height="300" /></p>
<p style="text-align: left;">&#8220;<em>Senza la televisione non potresti far niente. La televisione è una scatola, ed è una scatola magica, perchè c&#8217;è in tutte le famiglie. La accendi, e da casa ti vedono e diventi &#8220;popolare&#8221; [...] Basta apparire</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: right;">(Lele Mora)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l&#8217;adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L&#8217;abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la &#8220;tolleranza&#8221; della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all&#8217;organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d&#8217;informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d&#8217;informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l&#8217;intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un&#8217;opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè &#8211; come dicevo &#8211; i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un &#8220;uomo che consuma&#8221;, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L&#8217;antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l&#8217;unico fenomeno culturale che &#8220;omologava&#8221; gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale &#8220;omologatore&#8221; che è l&#8217;edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c&#8217;è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s&#8217;intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d&#8217;animo collettivi.[...] La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto &#8220;mezzo tecnico&#8221;, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c&#8217;è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l&#8217;aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l&#8217;anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l&#8217;ha scalfita, ma l&#8217;ha lacerata, violata, bruttata per sempre&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;">Pierpaolo Pasolini, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 9 dicembre 1973</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: justify;">Non credevo che questo spazio avrebbe mai potuto ospitare, accanto alle parole tremendamente profetiche di PPP, una citazione di Lele Mora , uno che fino a due anni fa non sapevo nemmeno chi fosse. Uno che si professa candidamente mussoliniano, fiero della canzonetta fascista sul suo telefonino. Uno che fa l&#8217;agente, lo scopritore di talenti per la televisione. Un artigiano, in fondo, creatore di bambole, burattini e mostri. La posa forzatamente naturale con cui, in <em>Videocracy</em>, racconta il suo lavoro e il suo mondo (che è anche il nostro) è disarmante quanto illuminante. Dal concetto elementare dell&#8217;apparenza, dell&#8217;apparire, matura l&#8217;abbrutimento della società italiana, che guarda caso coincide con lo sviluppo dell&#8217;impero economico e con lo strapotere politico di Berlusconi. In questo forse consiste l&#8217;indiscutibile e diabolico genio dell&#8217;uomo di Arcore, l&#8217;aver saputo sfruttare un&#8217;ovvia riflessione sul  desiderio  del pubblico trasformandola scientificamente in intuizione, manipolazione dei sogni e delle speranze, profitto e consenso.<br />
Già a metà della visione di <em>Videocracy</em> comincio ad accusare amarezza, inquietudine e nausea (e non dico per dire). Vorrei spegnere e dimenticare, ma non riesco. Passo dal pregevole montaggio serrato di culi e tette dei primissimi minuti, alle apparizioni dei peggiori stereotipi della tv e dell&#8217;Italia berlusconiana: le veline che hanno sudato a forza di pompini il loro posto nella gloria di uno studio televisivo, le aspiranti veline impegnate in improbabili provini e balletti in cui il corpo si decompone in gesti tra il ridicolo e il tragico, l&#8217;operaio insoddisfatto che si impegna per diventare un ibrido tra Van Damme e Ricky Martin, il karateka ballerino, un mutante da prima serata. E poi le tristi comparse attorno alla piscina di Mora, bellocci palestrati, &#8220;tronisti&#8221;, ex del Grande Fratello, anche loro col culo a noleggio. E le feste al Billionaire di Briatore, uno che frugherebbe pure tra le gambe di sua madre. E Fabrizio Corona, ricettatore di fotografie, il &#8220;robin hood che ruba ai ricchi per dare a se stesso&#8221;, e tra le immagini vende anche la sua, fango nel fango d&#8217;un paese triste e perduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Perchè è questa la sensazione, finito il film, e più che una sensazione è un dolore fisico che non lascia dormire: questo paese è naufragato. E io non lo riconosco, non gli appartengo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che la televisione berlusconiana ha intercettato, accontentato e alimentato fino alla dipendenza i desideri più volgari della maggioranza degli italiani, il processo di impoverimento sembra adesso compiuto. E la miseria appare irreversibile. Come rovesciare, infatti, 30 anni e più di dittatura dello schermo, il potere violento, ma sottile e subdolo, di un elettrodomestico che, invece che  spia e intruso, è stato subito considerato oggetto di benessere, membro del nucleo familiare, riferimento educativo e informativo, <em> pater e mater familias</em>? Come invertire la putrefazione del sistema di valori, delle aspirazioni, del gusto estetico di un intero popolo se è proprio questo svuotamento che lo spettatore ha voluto e cercato? E&#8217; una sfida impossibile, credo.  Anzi, non è nemmeno una sfida. Non credo che la condizione attuale possa mutare grazie a nuove circostanze o decisioni politiche, non credo che un governo illuminato possa cambiare, a forza di decreti, l&#8217;anima marcita di milioni di telespettatori. Forse qualcosa avrebbe potuto fare il sistema scolastico italiano, insegnando il diritto di critica e l&#8217;urgenza della bellezza e dell&#8217;amore. Ma anche la scuola è stata scientificamente condannata al fallimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando <em>Videocracy</em>, una delle migliaia di aspiranti veline  o un operaio da pressa frustrato dal lavoro non ci troverebbero nulla di inquietante. Gli sembrerebbe tutto assolutamente normale, come lo è, del resto, per una preoccupante maggioranza di telespettatori. Normale la mercificazione e il macello dei corpi, normale l&#8217;esaltazione del nulla, la finzione di scarsa qualità dei reality, l&#8217;ostentazione della ricchezza. Auspicabile il lusso, desiderabile anche un misero lampo di visibilità, come se alla vita dessero luce e colore soltanto i riflettori.<br />
E non noterebbero forse nessuna relazione tra questo sistema e la concreta materializzazione di una dittatura.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario non esistono guide etiche, ideali o voci autorevoli capaci di condurre le masse verso una redenzione culturale. Nessuno può pretendere di sapere cosa un popolo desideri davvero, tranne chi, come Berlusconi, ne ha ascoltato la pancia e lo scroto e ne ha saputo schifosamente approfittare. Siamo tutti coinvolti, siamo tutti massa. Tutti insieme abbiamo scelto la deriva. Qualunque atto di forza, qualunque rivoluzione, sarebbe impossibile, impopolare: allo spegnimento del grande occhio lo spettatore reagirebbe con violenza, un po&#8217; come nel finale del <em>Caimano </em>di Moretti, vedendosi privato del suo ossigeno di apparenze, e del sacrosanto diritto a prostituirsi e sperare nei suoi 5 minuti di notorietà televisiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi torna in mente un pensiero truce, la forza della fame. Forse la gente smetterà di adorare il culo in diretta, e di sognare di offrire il proprio come sacrificio per il successo, quando non sarà il culo ma il pane a mancare.</p>
<p style="text-align: justify;">Almeno finchè non si sarà nuovamente saziata.</p>
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