A egregie cose

A egregie cose

A egregie cose

Ai morti, si sa,
data la loro condizione,
non è dato di difendersi.
Peggior sorte tocca a chi,
per indole tenace,
della disobbedienza ha fatto un grido
finché ha avuto facoltà di voce.
Succede infatti che, assieme col respiro,
da loro si diparta la terza dimensione,
quella complessa del pensiero e delle azioni.
Per le idee che hanno difeso con la vita
nella morte non c’è posto, non ci stanno
sulla lapide liscia che li schiaccia,
più grave di quanto
non sappia essere la terra.
Disgraziati figli della pressa,
rapiti al silenzio, ripuliti, pettinati
resuscitano sottili a mo’ di icona,
perfetti per la stampa su tessuto
e altri supporti.
Si ritrovano marchiati su una targa,
latrina per uccelli, esposti a nuova usura
che altri chiamano memoria,
merce per lo scambio o incastonati
nel pantheon di chi in vita
li avrebbe volentieri presi a calci
e calpestati.
Come del resto fanno gli avvoltoi,
col santino in petto, e seguitano
a dire “il morto è mio, è mio!”,
ora che non può far più male,
ora che non può più dire
che se mai avesse potuto scegliere,
non avrebbe certo fatto festa coi padroni.
Ho conosciuto un tipo, una volta
in Galilea, un bravo cristo.
Direi che gli è finita male, poveretto.

A Peppino Impastato, nel giorno dell’intitolazione alla sua memoria di un (ex?) parcheggio nella gloriosa città di Acireale, alla presenza degli onorevoli di turno.

Nacimiento de un murguero (media rumba)

– y a mi, me queda corto
– y a mi, a mi me queda largo
dale la vuelta al traje del patrón
no importa la medida y su función
dale la vuelta al traje del patrón
importa que le metas corazón

– y a mi me queda mudo
– y a mi, a mi me queda triste
dale la vuelta al traje del patrón
verás cómo encontrás todo el color
dale la vuelta al traje del patrón
verás cómo te viste una canción

– pero así, así quedo pelado
– aún así falta un sombrero
ponete una galera del revés
pegale encima lo que más querés
ponete una galera del revés
bailá de la cabeza hasta los pies

– pero así, así me reconocen
– así, así me falta algo
pintate en rojo verde y amarillo
de sangre mate y dulce de membrillo
pintate en rojo verde y amarillo
dibujate una estrella con su brillo

– pero y si, y si me quedo solo
– y si, si me dicen loco
salí a la calle, estalla el carnaval
verás como se acaba el funeral
sacale al viento toda tu sonrisa
verás como se cagan de la risa

– y si, y si no sé bailar
– y si, y si me da vergüenza
saltá como si fueras a volar
el hielo no se rompe sin pegar
saltá como si fueras a volar
en la calle lo que falta es libertad.

(dedicada a Flipando en Colores Murga Barcelona, en el V aniversario de su fundación)

fipando

Il cuore sul fondo

Il cuore sul fondo

Trattengo dagli angoli della tua bocca

un morso dell’aria sospesa

di pietra e calura, scendo

giù dove il tuo doppio agita

in testa tempesta di schiuma, scardino

a braccia il segreto opaco e rinchiuso

dell’acqua, prigione di freddo,

cerco ancora la perla pulsante

nella secca rocciosa del petto.

Dita e stretta di seppia, io so

sfiorare gli aculei del riccio,

le spine di scorfano rosso,

senza male e veleno,

il tuo guscio di sale

senza quasi annegare.

Tanto

Tanto

Deseo en suspenso sos

ilusión, desencanto.

Silencio de amapolas,

arrastre, quebranto.

Sos exilio, vueltas,

amparo de mejillas,

capricho, inocencia.

Abrazo cortado,

abierto, cerrado,

rechazo, pasión.

Nido, gancho, hombro,

revuelo, empujón.

Soledad, risa de chiste

pero siempre soledad

gata, miedo de un paso

de quien sola resiste.

Ya sé por qué rocié

mis páginas de ti,

y en tu sudor mojé

mis noches, mi coraje.

Ya sé por qué

te quiero tanto.

Vos sos la misma

tierna inagotable

violencia

de un tango.

La rotta

Frutto del gomitolo

è un filo di sangue

dal cuore aperto di Asterione,

il pianto di Arianna

offesa e sola su uno scoglio,

la bugia che prende il mare.

O invece la grazia del volo è

trama di petali bianchi

sul selciato,

canto di Icaro alle ali intatte,

dita sulla pelle del sole,

carezze distese senza freddo

o pena.

Nel cotone in tempesta

della notte, spegni la luce

e la calma è umida di campo,

alle labbra polpa di ciliegia,

non veleno.

Ciò che è saprà tornare,

ciò che è rimane ad aspettare.

L’albero e il mare

Blu in penombra e lattea di denti

l’acqua per i pesci sul cuscino, tesse

il buio umori di pianeti giù

dove danza agita onde quiete.

Miele soffia dalle labbra, e sale,

frutta matura, erba sottile,

luce per le mani cieche,

un occhio su ogni dito a pascolare.

Notte veglia e la città rimane

curiosa a guardia della pelle,

del vento che si gonfia fra le mura,

dei seni accesi in punta di stella.

L’attesa che ci ha presi si fa

stretta ai fianchi, nuda infine,

senza offesa e muta di parole,

affida spezie, vele e carne.

E sul cuscino adesso spera

e dorme un albero soltanto,

dai piedi per il tronco rampica

la febbre dei tuoi fiori bianchi.

ma infatti

Siamo uguali all’abbraccio

a una folla di teste

alla lotta e l’amore che leggi

alle nostre promesse.

 

Noi non siamo l’esilio

mani fredde e rimorso

né le labbra poi chiuse

cielo poco disposto.

 

Siamo gru su una zampa

un’attesa di ventre

tempo lento di piazza

la mancanza pulsante.

 

Ci sprechiamo a negare

di esser treccia di spiga

di aver vuoto e bisogno

preferiamo fatica.

 

Siamo e non la paura

nervi e stomaci in gorgo

luce grigia di maggio

infortuni di giogo.

 

Ma non diamo ragione

al silenzio dei senza

altalena dei forse

sangue stretto alla morsa.

 

Siamo noi che chiamiamo

e chi amiamo risponde

basta un braccio di vento

brace, pace, orizzonte.

Salvación

Salvación

Anoche me dolió el jardín del pecho

donde más golpean caricias de tu frente,

zarzal que crece y rasca la garganta,

luna llena atascada en la pena y la boca del alma.

 

Anoche me dolió la piedra de la espalda

donde más aplasta un peso amargo de distancia,

raices garras en la tierra negra,

el lloro de la flecha, la añoranza.

 

Amiga, me dolió la noche

donde la quiebran flores de romero,

el saco de los sueños, los luceros.

Y me salvaron aguas de tu voz, amor,

los peces de pupila y plata,

manos en el jugo de mis huesos,

el mismo cuento de esos pasos

por la calle, detenidos

por mis ruedas, la luz de tu estallido.

Medusa

Medusa

Non posso ma tengo le lucciole

infisse nel tuo fondo di pozzo.

Mangia, ti prego, le dita che ho stretto

le mani lisce gratta e tienile zitte.

Ramo con rovo e glicine intreccio

la testa con testa per l’ultimo nodo di fiati,

morso di crema, mosto, foresta, silenzi.

Strozzo la voglia, mi stacco, ti lego

ai miei fianchi, mi aggrappo, sciolgo

la cima trema d’anguilla nell’acqua.

Ora vai, per favore, dimentica

che sfioro la nuca tesa e ho sorriso

in punta d’amore al tuo naso,

che solo me fumi, che apro la bocca, le braccia

e grata strappo ancora un assaggio.

Se sei ancora vivo cancella il mio odore

ma non te ne andare e se accosto

la tenda e mi lascio svanire non credermi.

Io devo. Non togliere il tappo del mare.

Non resto. Io resto. Rimani.

Casi zambita del caracol

Casi zambita del caracol

Casi zambita del caracol

Ay vida ¿qué tengo que hacer
Sentado acá esperando?
Ay vida ¿qué tengo que hacer
Sentado acá esperando?
La soledad me golpea
El alma está sangrando
Coséme el corazón
Decíme que vas llegando

“Despacio, soy caracol
Y voy sin apuro
Sabés que no hay amor
Que sea puerto seguro
Ya sé que no hay amor
Que sea puerto seguro”

Ay vida, partido estoy
La espera me va matando
Ay vida, partido estoy
Me quedo sin aliento
No ves que no hay olvido,
Ni paz ni descanso
Coméme aquí en pedazos
No sigas ayunando.

“Despacio, soy caracol,
Para elegir buen camino
Me faltan cincuenta lunas
Y veinte copas de vino
Me faltan cincuenta lunas
Y veinte copas de vino”

Mi caracol querido
No dejes que muera en llantos
Mi caracol querido
No dejes que muera en llantos
Corré lo más que podés
Besáme sin espanto
No existe felicidad
Que no se arme juntos