Le ossa di Agua Real

[…] Ormai c’era quasi, avrebbe visto Agua Real. E aveva capito, la mula stava tornando a casa. L’odore dello zolfo ormai gli aveva preso i vestiti, la pelle, le narici. La accompagnò con il fiato che gli restava. Il sentiero si allargò gradualmente e perse pendenza, e alla vista apparve il braccio spezzato di un arco. Entrarono in paese l’uno accanto all’altra. La strada attraversava due lunghe file di case diroccate, incollate tra loro. Il chiarore appiattiva le ombre, si sforzava di addolcire i contorni, ma non poteva nascondere le ferite sulle facciate violentate dal tempo, i balconi e i muri in pezzi sulla terra, porte e finestre sventrate dal vento. Il profilo del cielo era irregolare, palazzetti conservavano antica memoria di fregi, e svettavano accanto a casupole piatte, o litigavano in altezza con facciate di calce annerita, mattoni, lamiere, interi piani costruiti alla buona. Ernesto non capiva se le abitazioni fossero state distrutte oppure non fossero mai state completate. Molte di esse avevano perso il tetto, e una foresta di rovi superava le pareti, sbucava dalle finestre, mentre altre piante dai rami tenaci mettevano la barba ai cornicioni, spaccavano la pelle d’intonaco dei prospetti. Avanzavano lenti, contemplavano la rovina come chi sapeva che non avrebbe potuto sperare di trovare di meglio. Eppure rapiti, entrambi, da quel silenzio senza speranza. Ogni tanto Ernesto si allontanava dal centro della strada, andava a sbirciare dentro le botteghe senza soffitto, dove la luce illuminava la ruggine di lame di coltello, zappe, martelli, sgorbie. Sembrava, a volte, che gli utensili fossero stati abbandonati d’improvviso, che la vita se ne fosse andata come scacciata in fretta da un terremoto […]

Agua Real, pp. 116-117

 

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