Nasturzio
Schiaccio il sussulto e affondo la mano
in ciò che il vomito ha rappreso a brani
dentro al lavandino
Stringo le labbra come una megera,
conto le rughe dentro l’intestino.
Nell’occhio zoppo l’urgenza dell’abbraccio,
il vizio opaco della solitudine.
Vendo stracci appassiti,
unghie divorate nel tremore.
Semino fuoco e raccolgo secchiate,
chiudo gli occhi nell’abisso.
Ero un vento, ero una forbice, un gorgo,
una disgrazia.
Ero solo un assetato,
facevo a graffi per toccare la tua bocca.
Ero sesamo e tempesta
Bisboccia, pugni, gomiti al costato.
Adesso sabbia e ruggine.
Sconfitta.
La testa recisa del cavallo.
Hernán Quilme
