Stanze

La sera è una nuvola d’argento fuori dalla finestra e nella stanza, un metro più giù del soffitto, più o meno, non saprei dire quanto. Ma è densa, soffice, si avvicina lentamente. Mi basterebbe tendere un braccio per strapparne un batuffolo e mangiarlo, ma non ne ho la forza, vorrei ma non voglio. Il palato saliva il suo desiderio di zucchero di nuvola, io però resto immobile, e il cielo gira sulla mia testa.

Il tempo invece è fermo, non vedo l’orologio sul comodino, perché adesso è scesa una nebbia fitta e senza sapore. Ho fame d’aria, apro la bocca, ingoio fino a riempirmi i polmoni, sento un gorgoglio d’acqua dentro la gola. Sto annegando, ma è strano, non ho paura. Forse sto morendo, oppure forse stavolta mi addormento. Roipnol. Rum. Caraibi. Milano. Dormo ma sono cosciente.

Ora la stanza è un lunedì, il vetro della scrivania, grafici a torta sullo schermo. Ne mangio una fetta, rossa di azionisti perduti nell’ultimo mese. E’ buona, sa di sangue e di pesca.

Ora la stanza è una domenica pomeriggio, sono finite le partite, o forse è proprio finito il campionato. Fuori dalla macchina l’ultima pioggia di giugno. Fa caldo, fumo coi finestrini chiusi e l’aria condizionata accesa. Di fronte alla macchina parcheggiata, la grossa scritta di un centro commerciale. Dietro di me, sul sedile posteriore, il seggiolone ha preso fuoco. Si sente puzza di plastica.

Ora la stanza è una mattina d’agosto, ho i ricci bagnati colore della pietra. E tu sei bellissima accanto a me, bionda e nocciola. Ridi e svanisci in un clamore di gocce. Ti seguo.

Ora la stanza è il mare, ma non ti vedo nella pancia di quell’azzurro silenzioso. Poi un guizzo di pinna dorata, sei nuda e fai le bolle con la bocca. Hai sedici anni, io uno di più. Non ci manca il respiro, ci sediamo sul fondo sabbioso e guardiamo passare un banco di sardine luccicanti. Mi baci, non sento il contatto delle labbra eppure so che ci sono, le mie e le tue, un po’ viola per il tempo passato qui giù. Hai scelto me. E non voglio risalire, ti stringo la mano. Mi piace che non ci siano suoni, solo un rumore ovattato, qualche metro più su, sulla superficie. Bambini che sbattono i piedi. Immagino la terrazza che ci aspetta, cocomero ghiacciato, le tre del pomeriggio, la tua schiena.

Sento urla confuse nella stanza. Restiamo qui, ancora un po’, io e i tuoi occhi nocciola. Non te ne andare.

(@CartaCanta)

No Comments

Post A Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.