“Quel fiore giallo lì non ho neanche provato a disegnarlo, perché nessuno lo raccoglierebbe. Neppure il vento o i capelli, un orecchio, una foto scattata male. Quel fiore giallo sulla punta del naso, di un naso piccolo arricciato da una risata spenta in fretta. Quel fiore abbandonato in curva, fuggito dal retrovisore. Quel che ne resta è un profumo denso di stalla, di sale”.

La testa bionda sbucò da dietro l’angolo, nello scampanio del pomeriggio. Il primo caldo le incollava i capelli sulla fronte. Non rideva, aveva più l’espressione di chi vuole fregarti. Non cattiva, no. Ma d’una furbizia bambina. Tornò a nascondersi, per gioco, dietro la pietra, e ogni tanto faceva capolino la punta di spillo di due occhi celesti. Per stare allo scherzo smisi di scrivere, sollevai il giornale aperto all’altezza del naso. Leggevo tre righe e di tanto in tanto sporgevo lo sguardo oltre la carta. Ce ne stavamo nascosti così, ognuno dietro il suo bianco e nero, di carta e di pietra. Ruppe il gioco il cameriere, con la coppa di gelato per la quale mi aveva fatto aspettare tanto da farmi passare la voglia. Col cucchiaino sospeso in aria cercai con gli occhi il ragazzino biondo.


L’estate del ‘43

Era una casa di pietra, in mezzo al bosco di Sant’Angelo. Se ne stava lì, smossa come fungo di cane da un bastone inesperto. Una casa del demanio, abbandonata dagli ultimi forestali richiamati a valle. Nera di vulcano sotto la patina di muffa. La porta divelta, il tetto con un occhio cieco, canali di terracotta in cocci sulla terra umida.


 Senza consultare la metà che manca, mi permetto l'abuso di rendere pubblico questo canto forse incompleto, di certo incompiuto, scritto a quattro mani.

Mi disturbava che nessuno sapesse davvero cosa stava accadendo, che non si potesse dire, spiegare, nominare. Credo che questo rappresentasse parte del problema. Adesso penso sia giunto il momento di raccontare ciò che el astronauta y la bruja sono stati, o hanno immaginato di poter essere, almeno a parole.