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Carta straccia

permesso-di-soggiornoNon ci avevo mai pensato prima, prima che la nostra vita prendesse fuoco. Non avevo mai pensato che fossimo soltanto un pezzo di carta. In attesa di un timbro, un bollo, una filigrana. La carta del pane che faccio, per i soldi con cui pago le pagine dei libri che mi servono per prendere una laurea, grazie alla quale magari troverò un lavoro migliore, per portare a casa altri soldi. Eccetera. Fino al certificato di morte, passando magari per quello di matrimonio e quello di nascita di un figlio che vederebbe la luce in Italia e in Italia crescerebbe, come me. Ma che non sarebbe italiano, come non lo sono mai stato io. Come non lo sono mai diventato. Perchè io sono di quelli che nascono in un posto, ma non sono di quel posto. Al massimo possono aspirare a diventarlo. E nel frattempo devono sperare di poter continuare a viverci, in quel paese che non sa chiamarli figli e li considera ospiti. Il loro destino dipende dalla carta: un contratto di lavoro, una richiesta in carta bollata, un permesso di soggiorno. Per abitare nel posto in cui sono nato e cresciuto, io devo chiedere il permesso. Un permesso di carta che oggi è una pallina dentro al cestino di un ufficio statale. Io, i miei genitori, mia sorella Fatima, adesso siamo clandestini.
Da un giorno all’altro dobbiamo trovarci un tetto in nero, a chissà quale prezzo. Perchè dalla disgrazia degli altri anche in questo paese è lecito trarre profitto.
Da un giorno all’altro, nel cappio del padrone di mio padre, assieme alla sua vita si stritola la nostra. E non ci è concesso di obiettare: lui salta giù a peso morto da una pila di conti in rosso, e a noi ci tocca piangere la sua sorte e la nostra.
Si disegna sulla mappa del nostro fegato un contorno d’Algeria, che stiamo a guardare con gli occhi sbarrati di terrore. Perchè tornare non era in conto, e per me e mia sorella non ha senso nemmeno il verbo: tornare. Casomai emigrare. Verso un luogo di cui a malapena conosco le ninne nanne che mia madre stonava sulla culla di Fatima.
E i miei, che lì non hanno più nessuno, né quattro pietre in colonna nè fratelli. Al massimo un lontano cugino che ricordano come un tipo piuttosto antipatico. Uno che stava coi francesi, dice mio padre.
Mentre guardiamo l’orizzonte dal porto, Fatima si toglie il cappuccio di lana e lo getta in acqua, così, senza un cazzo di motivo. Allora la guardo, tiro fuori dal portafogli la fotocopia del permesso ormai inutile, mi metto a farci un aeroplano e poi lo scaglio verso sud. Non fa nemmeno tre metri, cade di culo nell’acqua e si inzuppa.
“Io in Algeria non ci VADO”, dice Fatima. “Mi ci dovranno portare a calci”.
L’abbraccio stretta e le strofino la testa con le nocche.
L’avvocato dell’Arci lavora gratis, è l’unico che ci possiamo permettere adesso. Ha detto che non c’è più niente da fare. L’unica sarebbe trovare un lavoro per mio padre, uno in regola.
“Sì, e io domani gioco titolare a fianco di Balotelli”.
“Ci facciamo adottare!”, dice mia sorella. “O ci incateniamo al cancello della questura”.
Io penso invece che ce ne stiamo zitti e buoni, nascosti come i topi. Magari prendiamo un treno per la Germania, ma senza biglietto.
Penso che a noi senza diritto alla terra adesso tocca solo imparare a sparire dai fogli di qualunque ufficio. A vivere senza più carta.

>>>>  A lunga conversazione@lenuvole

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