Ancora una volta “A lunga conversazione“. Stavolta il risultato mi soddisfa meno, e che ce volemo fà.
Pino Recchia aveva aspettato quel momento fin dall’inizio, cioè da quando un calcio in culo ben assestato lo aveva proiettato nel tanto agognato mondo del lavoro.
Una volta entrato, si era detto, l’importante era avanzare a testa bassa, sgomitare e sgambettare, ma senza smettere di sorridere. L’obiettivo era il settimo piano.
Per questo, negli ultimi cinque anni aveva dimenticato l’urgenza degli affetti, il sapore del vino, la primavera di Roma. Aveva tradito i suoi vicini di scrivania, ordito trame per stuzzicare i desideri repressi dei colleghi. Soldi facili, gambe aperte.
Recchia, l’incorruttibile, spiava e riferiva. Costruiva l’illusione per qualche sfortunato topo d’ufficio, lo attirava dove non era permesso. Dall’esca più facile di una mancia non dichiarata, fino a operazioni più complesse, fondi da far sparire gonfiando i conti. Non c’era fesso che non ci cascasse, che non immergesse le mani nella marmellata, che non salivasse al miraggio del potere. E quando il pollo credeva di averla passata liscia, puntualmente lo chiamavano in riunione ai piani alti, e puntualmente spariva. Non passava nemmeno a raccogliere le sue cose. Il giorno dopo la scrivania era vuota, e un giovane sconosciuto, con la faccia sbarbata da pulcino, arrivava a metà mattinata per occuparla.
E così Recchia, fedele servitore, era salito, un gradino alla volta. Al secondo piano aveva trovato una sedia più comoda, al terzo la mensa era più che decente, la pasta al dente e il pesce il venerdì. Al quarto piano aveva un ufficio tutto suo e dopo sei mesi una segretaria che il protocollo definiva “di discreta presenza”.
Quando aveva sbugiardato il collega Malfatti, che di lui si fidava come di un fratello, lo avevano premiato con il quinto piano e una segretaria personale che il codice indicava come “un tipo interessante”, ammettendo, fra le righe, il diritto a servizi straordinari.
Il sesto piano l’aveva conquistato candidandosi direttamente alle elezioni nel partito dell’onorevole Chiapponi, lo stesso che l’aveva piazzato in azienda, sponsorizzandolo come “giovane di belle speranze”.
Era bastato fare un po’ di campagna sporca, un piccolo investimento per smerdare i muri della città, due interventi in televisione per la famiglia e per la vita senza se e senza ma. E come ciliegina sulla torta, i pulmini a raccattare vecchiette casa per casa per portarle alle urne, spesso moribonde o in balia dell’Alzheimer , in nome della democrazia. E con la promessa di incontrare il Papa.
Ancora si vantava del risultato ottenuto, l’onorevole divenuto sottosegretario alle attività produttive. E rideva, raccontando che qualcuna delle vecchie rincoglionite non aveva mai più ritrovato la strada di casa o l’avevano vista vagare sulla Laurentina in piena crisi mistica.
Il sesto piano, dicevamo, l’ufficio non più a vetri ma in muratura. La cassaforte,. L’auto con autista. La segretaria ormai sfacciatamente apostrofata dal dispaccio aziendale “un figone da antologia, al suo servizio”. Recchia era contento, ma cominciava a temere che adesso il bersaglio potesse essere lui, per qualche pivello dei piani bassi. E allora lavorava il doppio, continuava a mietere vittime più facili ai primi tre, quattro piani. Per il resto era un amico, un confidente, persona fidata, fedele alla linea, uomo di grande caratura morale, sempre disponibile. Impiegato eccellente. Un cristiano. Un patriota. Gli mancava l’ultimo passo, la consacrazione definitiva.
La trovò in Adelaide De Angelis, giovane figlia del magnate del tonno in scatola, con la quale firmò un contratto di mutuo interesse, altresì definito “matrimonio”. Nello stesso si indicava la comunione di beni, rendite e azioni. Il Recchia si impegnava a soddisfare i desideri mondani della De Angelis. L’agenda prevedeva un figlio entro i 12 mesi dalla firma.
E fu così che Recchia, oltre che cristiano e patriota, divenne anche padre.
Quel giorno, nell’ascensore che lo conduceva al settimo piano, Pino Recchia sudava, nervoso. L’onorevole, con una pacca sulla spalla, gli spazzolò via la forfora dalla giacca.
“Pinuccio, non ti preoccupare, andrà tutto bene”.
“Chiappò, e se sbaglio qualcosa?”
“Tu non devi fare assolutamente niente, devi solo ascoltare. Oggi entri a far parte di uno dei gruppi più potenti del paese. Oggi conoscerai finalmente il segreto che ci lega, il motore delle nostre e delle tue azioni”.
Recchia già gongolava, quando si aprì la porta. Attorno al tavolo di mogano, lungo da sembrare infinito, una ventina di attempati signori lo aspettavano in piedi. Lo salutarono con un applauso. Uno di loro, piuttosto grasso, gli si avvicinò e lo scortò al fianco del Direttore. Quando raggiunse il suo posto, proprio accanto al capo, quest’ultimo lo guardò serio, poi scoppiò a ridere:
“Grandissimo figlio di puttana, benvenuto! Sei qui per il segreto, sei qui perché è giunto per te il momento di essere dei nostri. Ebbene, eccolo il segreto. Sai già che non potrai rivelarlo a nessuno, pena la vita. Si, hai capito bene, se parli sei morto. Recchia, sei pronto?”
“Sì signore, non aspetto altro”.
“Bene. Pino Recchia, di fronte a questa assemblea di uomini liberi, io ti nomino Confratello dell’Ordine dei Gianduiotti. Custodisci nel luogo più segreto della tua anima, se ce l’hai, queste sacre parole:
Abbi timore quando non fanno rumore”.
“Abbi timore quando… Ho capito, Gran maestro”
Ma cosa, pensava tra sé, le spie, i sovversivi, i comunisti, i contabili, le armi da fuoco, i coltelli, i ladri, le scarpe?
Il Direttore, Gran Maestro, lo vide pensieroso. Con una mano gli afferrò la nuca e lo scosse un po’.
“Recchia, le scoregge, come te”.
Il mio terzo appuntamento con “
Non credevo ne restasse memoria, non ricordavo di aver girato queste poche immagini di pessima fattura. E invece stavano su YouTube, ad aspettare un rigurgito di nostalgia. Se mai ho avuto un paradiso, è stato quel pezzetto di terra.
Credo di aver trovato esattamente ciò che cercavo: 

