Il segreto

Ancora una volta “A lunga conversazione“. Stavolta il risultato mi soddisfa meno,  e che ce volemo fà.

Pino Recchia aveva aspettato quel momento fin dall’inizio, cioè da quando un calcio in culo ben assestato lo aveva proiettato nel tanto agognato mondo del lavoro.
Una volta entrato, si era detto, l’importante era avanzare a testa bassa, sgomitare e sgambettare, ma senza smettere di sorridere. L’obiettivo era il settimo piano.
Per questo, negli ultimi cinque anni aveva dimenticato l’urgenza degli affetti, il sapore del vino, la primavera di Roma. Aveva tradito i suoi vicini di scrivania, ordito trame per stuzzicare i desideri repressi dei colleghi. Soldi facili, gambe aperte.
Recchia, l’incorruttibile, spiava e riferiva. Costruiva l’illusione per qualche sfortunato topo d’ufficio, lo attirava dove non era permesso. Dall’esca più facile di una mancia non dichiarata, fino a operazioni più complesse, fondi da far sparire gonfiando i conti. Non c’era fesso che non ci cascasse, che non immergesse le mani nella marmellata, che non salivasse al miraggio del potere. E quando il pollo credeva di averla passata liscia, puntualmente lo chiamavano in riunione ai piani alti, e puntualmente spariva. Non passava nemmeno a raccogliere le sue cose. Il giorno dopo la scrivania era vuota, e un giovane sconosciuto, con la faccia sbarbata da pulcino, arrivava a metà mattinata per occuparla.
E così Recchia, fedele servitore, era salito, un gradino alla volta. Al secondo piano aveva trovato una sedia più comoda, al terzo la mensa era più che decente, la pasta al dente e il pesce il venerdì. Al quarto piano aveva un ufficio tutto suo e dopo sei mesi una segretaria che il protocollo definiva “di discreta presenza”.
Quando aveva sbugiardato il collega Malfatti, che di lui si fidava come di un fratello, lo avevano premiato con il quinto piano e una segretaria personale che il codice indicava come “un tipo interessante”, ammettendo, fra le righe, il diritto a servizi straordinari.
Il sesto piano l’aveva conquistato candidandosi direttamente alle elezioni nel partito dell’onorevole Chiapponi, lo stesso che l’aveva piazzato in azienda, sponsorizzandolo come “giovane di belle speranze”.
Era bastato fare un po’ di campagna sporca, un piccolo investimento per smerdare i muri della città, due interventi in televisione per la famiglia e per la vita senza se e senza ma. E come ciliegina sulla torta, i pulmini a raccattare vecchiette casa per casa per portarle alle urne, spesso moribonde o in balia dell’Alzheimer , in nome della democrazia. E con la promessa di incontrare il Papa.
Ancora si vantava del risultato ottenuto, l’onorevole divenuto sottosegretario alle attività produttive. E rideva, raccontando che qualcuna delle vecchie rincoglionite non aveva mai più ritrovato la strada di casa o l’avevano vista vagare sulla Laurentina in piena crisi mistica.
Il sesto piano, dicevamo, l’ufficio non più a vetri ma in muratura. La cassaforte,. L’auto con autista. La segretaria ormai sfacciatamente apostrofata dal dispaccio aziendale “un figone da antologia, al suo servizio”. Recchia era contento, ma cominciava a temere che adesso il bersaglio potesse essere lui, per qualche pivello dei piani bassi. E allora lavorava il doppio, continuava a mietere vittime più facili ai primi tre, quattro piani. Per il resto era un amico, un confidente, persona fidata, fedele alla linea, uomo di grande caratura morale, sempre disponibile. Impiegato eccellente. Un cristiano. Un patriota. Gli mancava l’ultimo passo, la consacrazione definitiva.
La trovò in Adelaide De Angelis, giovane figlia del magnate del tonno in scatola, con la quale firmò un contratto di mutuo interesse, altresì definito “matrimonio”. Nello stesso si indicava la comunione di beni, rendite e azioni. Il Recchia si impegnava a soddisfare i desideri mondani della De Angelis. L’agenda prevedeva un figlio entro i 12 mesi dalla firma.
E fu così che Recchia, oltre che cristiano e patriota, divenne anche padre.

Quel giorno, nell’ascensore che lo conduceva al settimo piano, Pino Recchia sudava, nervoso. L’onorevole, con una pacca sulla spalla, gli spazzolò via la forfora dalla giacca.

“Pinuccio, non ti preoccupare, andrà tutto bene”.
“Chiappò, e se sbaglio qualcosa?”
“Tu non devi fare assolutamente niente, devi solo ascoltare. Oggi entri a far parte di uno dei gruppi più potenti del paese. Oggi conoscerai finalmente il segreto che ci lega, il motore delle nostre e delle tue azioni”.

Recchia già gongolava, quando si aprì la porta. Attorno al tavolo di mogano, lungo da sembrare infinito, una ventina di attempati signori lo aspettavano in piedi. Lo salutarono con un applauso. Uno di loro, piuttosto grasso, gli si avvicinò e lo scortò al fianco del Direttore. Quando raggiunse il suo posto, proprio accanto al capo, quest’ultimo lo guardò serio, poi scoppiò a ridere:

“Grandissimo figlio di puttana, benvenuto! Sei qui per il segreto, sei qui perché è giunto per te il momento di essere dei nostri. Ebbene, eccolo il segreto. Sai già che non potrai rivelarlo a nessuno, pena la vita. Si, hai capito bene, se parli sei morto. Recchia, sei pronto?”
“Sì signore, non aspetto altro”.
“Bene. Pino Recchia, di fronte a questa assemblea di uomini liberi, io ti nomino Confratello dell’Ordine dei Gianduiotti. Custodisci nel luogo più segreto della tua anima, se ce l’hai, queste sacre parole:

Abbi timore quando non fanno rumore”.

“Abbi timore quando… Ho capito, Gran maestro”

Ma cosa, pensava tra sé, le spie, i sovversivi, i comunisti, i contabili, le armi da fuoco, i coltelli, i ladri, le scarpe?
Il Direttore, Gran Maestro, lo vide pensieroso. Con una mano gli afferrò la nuca e lo scosse un po’.

“Recchia, le scoregge, come te”.

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Il Nonno

Il mio terzo appuntamento con “A lunga conversazione“. Del Re Drago (senza Sant Jordi), di libri e storie, di Farenheit 451, di lotta e di Liberazione.

Brucia il Nonno, un fiore acceso sulla pira. Brucia e non urla, perché è legno seccato dagli anni. Crepita appena, quando il fuoco gli prende le ossa.

In prima fila i popolani sbavano, come se fosse un agnello sulla brace. Come aspettando il banchetto. E noi invece zitti, non piangiamo sulle fiamme per non fare fumo, che lo veda bene sua maestà il Drago, come si consuma senza un lamento. Noi attorno al fuoco ascoltiamo l’ultima storia che è una ballata di parole mute. Non sentiamo le grida, né gli insulti. Non ci disturba il tremore della terra sotto i piedi e le lance dei mercenari. Noi ricordiamo i nomi, le battaglie, i capelli delle bagnanti in riva al lago. E il sangue dei compagni sulla spada del principe, la gamba zoppa di Frate Onofrio che portava il pane sulle barricate.

Noi sentiamo il Nonno raccontare, nelle pause del bivacco, quando a bruciare non era ancora la terra intera o la carne ma quattro legni in croce in mezzo al bosco. Noi conosciamo le storie. E il canto delle madri appeso al seno. Recitiamo in mezzo alla folla vociante le parole di Priamo. Loro vedono un uomo ardere veloce come carta, e noi vediamo un mare senza padroni, e isole il cui vento ubriaca. Misuriamo la distanza sulle rotte di Ulisse. Spezziamo il pane e il letto con la Maga, sogniamo di scacciare i Proci con la sola parola asciugata dal sole.

Quando il re bruciò i libri, dissero che era giusto, che chi non sapeva leggere non avrebbe più avuto motivo di imparare. Bruciavano le pagine come ora si fa cenere il Nonno, e tutti a festeggiare la saggezza del re Drago che li aveva resi uguali.

Fu in quei giorni che il Nonno mi prese da parte, mentre i compagni allenavano le mani troppo delicate per la spada.

“Ho un regalo per te”, mi disse, “La tua memoria ancora giovane non farà fatica a custodirlo”.

“E se poi invece dimentico?”

“Sono poche parole, non temere”.

Mi misi in ascolto, ma sembravo una gallina in procinto di cagare un uovo.

Il Nonno rise e disse:

“Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”.

Seguì un silenzio lungo, come quando tacciono le zappe al tramonto.

“E poi?”, chiesi.

“E poi basta”.

“Come basta?”

“Finito. Basta. Tutto qui”.

“Hanno bruciato il resto?”

“Non c’è mai stato un seguito. Le storie migliori sono quelle che ti lasciano libero”.

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L’estate del ’43 – un racconto

L’estate del ‘43

Era una casa di pietra, in mezzo al bosco di Sant’Angelo. Se ne stava lì, smossa come fungo di cane da un bastone inesperto. Una casa del demanio, abbandonata dagli ultimi forestali richiamati a valle. Nera di vulcano sotto la patina di muffa. La porta divelta, il tetto con un occhio cieco, canali di terracotta in cocci sulla terra umida.

Era rientrato dalla battuta con zio Michele col cesto mezzo vuoto, che il cervello non aveva aiutato gli occhi, sprecando la prima pioggia di agosto. Distratto da quella immagine di pietre in mezzo al silenzio, non aveva più visto che l’inganno di radici tra le felci.
A sera contava i fagioli, lo svegliò uno scappellotto di sua madre quando tutti già ripulivano il piatto con la lingua. A lui l’avevano chiamato Pio, e ora si lanciavano sul cibo senza più darsi nemmeno il tempo di pregare. Tanto valeva riempirsi lo stomaco quel poco che si poteva, finché si poteva.
La mattina dopo andò a cercare Turi, lo trovò che zappava l’orto dietro casa.

- Ne avete formaggio?
- Ci sono rimaste quattro provole appese. Perché?
- Pigliane due. Domani ce ne andiamo.
- Sì, e un porco intero lo vuoi? Ma dove minchia andiamo?
- Nei boschi. Avvisa Mauro, io vado a cercare Umberto.
- Aspetta, aspetta, che è sta storia dei boschi?
- Tu li vuoi i tedeschi in casa?
- No, certo che no, non c’hanno lasciato manco una pecora.
- E allora ce ne dobbiamo andare in montagna.
- Cioè, spiegami, se ne devono andare loro, e ce ne andiamo noi?
- Ho trovato la casa, ora ci dobbiamo organizzare.
- Va bene, chi ti capisce è bravo.
- Domattina alle cinque ci vediamo dietro il muro della chiesa, portati paglia e lana. E fidati, porco
giuda.

Non avevano ancora quindici anni, facevano a botte nei cortili mentre altrove una guerra mieteva padri e fratelli senza troppe spiegazioni. Africa, Grecia, Albania, Russia. Non sapevano nemmeno dove fossero. Sapevano solo che non tornavano i conti, che i ritorni non pareggiavano le partenze. Né eroi, né pazzi sull’uscio di casa.
Ogni tanto suonava la sirena, quattro aerei inglesi venivano in gita a sganciare bombe sulla costa. Quasi non ci facevano più caso, guardavano il fumo in basso, storcevano il naso quando zie e cugini salivano su in collina a occupargli i letti, a raddoppiare i piatti e dimezzare il cibo.

- Umberto, ce l’hai sempre la carriola?
- Devo riparare la ruota.
- E riparala oggi stesso. Domani saliamo.
- Abbiamo il posto?
- E’ a un’ora di cammino da qui.
- Ma non siamo pronti.
- Non lo saremo mai. Ruba quello che puoi dalla sagrestia.
- E’ ora che don Gaetano si metta a dieta.
- Porta pure qualche libro.

Il giorno dopo, schiene da fuggiaschi, ripulivano i muri dal buio della notte, strisciando fino all’angolo dietro la chiesa. Nella carriola quattro coperte, un lume, due ciambelle di pane vecchio, le corde, un sacco di nocciole. Rosso Malpelo e il Vangelo, il formaggio di Turi. Mauro ci mise due fucili da caccia e tre zappe.
Rapide occhiate intorno, tagliando per i campi evitarono le ultime sentinelle tedesche, addormentate nel posto di guardia all’entrata del paese. Non si dissero una parola, scuri in viso e con il fiato grosso, fino a quando non si trovarono circondati dai castagni.

- E’ ancora lunga?
- Che c’è, sei già stanco?
- No, però sta carriola pesa.
- Lascia, Mauro, la spingo io.

Sentirono il campanile già lontano battere sette rintocchi, ancora qualche minuto e le madri li avrebbero cercati brandendo un cucchiaio di legno o una scopa. Il sole saliva lento dal mare, dentro al bosco sembrava non volesse fare giorno. Videro rimbalzare la prima luce sulle foglie ed esplodere in una radura. Là in mezzo, preso a pugni dall’umido, trovarono il rudere ad aspettarli.

- E questa sarebbe la base?
- Meglio di un calcio d’asino.

Umberto rideva, correndo verso la porta. Entrò per primo e in pochi secondi riapparve sul tetto, gatto di campagna, a issare un calzino su un bastone a mo’ di bandiera. La casa era presa.
Il resto della giornata lo passarono a spostare pietre e pulire, sistemare la paglia e le scorte. Al tramonto, sotto il buco nel tetto accesero il fuoco. Si sedettero esausti a sgranocchiare nocciole.

- E adesso?
- Dobbiamo aspettare, resistere almeno due giorni.
- Due giorni? E a mia mamma chi glielo dice?
- Se tardo anche solo due ore mi fanno un culo che non mi siedo per una settimana. Ormai io a casa
non ci torno.

Paura e sfida sui visi illuminati dal fuoco. Umberto si allontanò e tornò qualche istante dopo con una bottiglia.

- E questa?
- Il sangue di Cristo, direttamente dalla cantina del parroco.

Si scaldarono con un sorso a testa. Turi tossì di disgusto, si cacciò un altra sorsata in gola per spingere giù la prima.

- Va bene. E poi?
- Il paese entrerà in allarme.
- Ai tedeschi non piace il trambusto, non sopportano le urla delle donne. Manderanno qualcuno a
cercarci.
- E i fascisti?
- Quelli non muovono più un dito da quando ci sono i crucchi.
- I soldati di stanza sono sei in totale. E’ probabile che ne mandino su due.
- E noi non ci facciamo trovare.
- Sbagliato. Spargiamo tracce per il bosco, li portiamo fino a qui.
- E quando arrivano? Ci mangeranno a colazione.
- Cercano quattro ragazzini perduti, e invece troveranno le nostre trappole. Quando saranno appesi
come polli, verremo fuori coi fucili e bum!
- No. Li faremo prigionieri.

Lasciarono spegnere la brace mentre provavano a prendere sonno. Il freddo non li lasciò dormire quanto avrebbero voluto, l’emozione e le nocciole gli smuovevano lo stomaco.
L’indomani uscirono a disseminare brandelli di vestiti sui rami e tra i cespugli giù fino al confine del bosco. Poi piazzarono quattro trappole tra gli alberi attorno alla radura.
Mauro sbucò dalle frasche brandendo un coniglio. Fu il miglior pranzo da quando era cominciata la guerra.

- Che ci facciamo coi prigionieri?
- Gli prendiamo le armi e ce li teniamo ben stretti.
- Verrà tutta la truppa a cercarli.
- E noi li aspettiamo.
- Col cazzo! Noi lasciamo che battano il bosco, portino pure i cani se vogliono.
- Quei bastardi rabbiosi, m’hanno già morso una volta.
- E allora?
- Dobbiamo fare attenzione, qui viene il bello.
- E qui rischiamo la pelle.

Presero a tremare tutti insieme, non era più un gioco. Qualcuno si chiese chi gliel’aveva fatto fare. Si rispose che doveva farlo, e mandò giù ancora un po’ di vino. Un altro pensò alle mani grandi di suo padre, a come gli stava stretta l’uniforme il giorno che l’avevano arruolato. L’ultima volta che l’aveva visto sorridere, nonostante tutto.

- Mentre ci cercano nel bosco, noi scendiamo a valle.
- Dobbiamo essere imprendibili, più veloci delle donnole.
- Ci spingiamo fino al posto di guardia. Uno di noi distrae la sentinella, gli altri la bloccano da
dietro.
- Ci riprendiamo il paese.
- Sorprenderemo i fascisti seduti in poltrona, occuperemo il Municipio, suoneremo le campane a
festa.
- La gente dovrà darci retta per forza, la tireremo fuori dalle case.
- Quando torneranno i soldati, saremo tutti pronti a prenderli a calci.

Occhi aperti sul sogno, immaginavano i movimenti con minuzia di dettagli. Gli pulsava dentro una ragione nuova, prendeva forma e nome un desiderio cresciuto all’ombra dell’innocenza.

- Mia cugina di Catania ha detto che presto arriveranno gli americani.
- Sì sì, e tu stalla a sentire.
- No, è vero, ti dico. Dice che l’hanno sentito alla radio, che ormai sono vicini.
- Ci troveranno già liberi.

Assieme all’oscurità, un brivido scendeva a scuoterli dalla gola alla pancia. Senza saliva le parole si incollarono e i quattro rimasero zitti ad abbracciarsi le gambe nude. Intorno soltanto un fruscio costante, poco lontano una civetta senza pace disturbava la notte. L’elastico dei nervi non concedeva riposo. Aspettavano. Gli occhi accesi sotto il buco nel cielo e sotto i ricci, ognuno contava il piccolo gregge dei suoi anni. L’avrebbero presa insieme, quella terra, come una casa tra gli alberi. Loro avevano il tempo, l’avrebbero fatta tutta diversa.
All’alba del terzo giorno una frustata spezzò l’aria muta del bosco. Una trappola era scattata. Balzarono in piedi, le facce sporche di sonno. Corsero a nascondersi tra gli arbusti. Appiattiti sulla terra bagnata del primo mattino, strisciarono fino al punto da cui proveniva un urlo scomposto. Non sembrava tedesco. A due metri da terra, appeso per la gamba zoppa, zio Michele snocciolava una bestemmia per ogni santo del calendario, contorcendosi come un dannato.
Dietro di lui, fantasmi tutti uguali, si staccarono dal fondo giallo e verde del bosco una decina di uomini in divisa.

- Questi non sono tedeschi.
- ‘mericani.
- Allora siamo liberi?

Un vento fresco agitava i rami. Si guardarono l’un l’altro per il tempo che bastava. Nello sguardo cisposo degli altri, ognuno trovò la sua stessa delusione. Abbassarono gli schioppi e le fionde. Sollevarono le ginocchia nere. Ai soldati nervosi apparve dal sottobosco la visione di quattro nani cenciosi e magri, un cespuglio di sterpi sulla testa, occhi grandi sui volti di nuovo bambini. Non spianarono i mitra.

- No, siamo solo in ritardo.

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Via Ragogna

Non credevo ne restasse memoria, non ricordavo di aver girato queste poche immagini di pessima fattura. E invece stavano su YouTube, ad aspettare un rigurgito di nostalgia. Se mai ho avuto un paradiso, è stato quel pezzetto di terra.
Chi sa quanto può essere fresca e profumata la notte dentro una tenda in mezzo ai limoni, può capirmi. Come chi ha assaggiato i pomodori e le melanzane di seta del piccolo orto di mia madre. Come chi ha visto il miele sul culo dei fichi. Nonno Nino lo sapeva bene, a 90 anni, che valeva la pena di arrampicarsi sfidando l’età e qualunque legge di gravità ed equilibrio, per raccogliere il frutto e provare l’estasi di lasciarlo sciogliere in bocca.
Negli anni più intensi, LuzazuL mi aspettava sotto un albero, Sentimento passava a raccogliermi sulla riva, la sera potevano anche apparire le chitarre e il pane condito.
Queste immagini sono soprattutto per chi c’è stato, e sa quanto quel posto mi manchi.

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Polifemo – Chile

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A lunga conversazione

Credo di aver trovato esattamente ciò che cercavo: un circolo di italiani appassionati di scrittura. Belle persone. Ci si ritrova, si chiacchera, si sorseggia, si spizzica, si scrive, si legge. Contro tutte le mie resistenze all’esercizio estemporaneo e istantaneo. Sono contento di non avere più scuse per non giocare.

Questo il prodotto del mio primo incontro:

Finalmente quella volta l’hai vista tornare indietro, in equilibrio sul filo del tempo. L’avresti seguita, non fosse stato per le tue ossa pesanti e la catena che ti lega alla pancia l’orologio. Avresti potuto accorgerti molto prima del fatto che se ne andava. Tutte le volte che alzavi la voce prendeva il treno delle sette per Napoli, posto finestrino, e all’altezza di Formia ti rivolgeva la parola, ti chiedeva l’accendino, perchè ancora fumavi, perchè ancora si poteva fumare.
E tu cieco invece avanzavi non si sa bene a che scopo nè verso cosa. Ti alzavi alle sette, entravi al lavoro alle nove, pranzavi in fretta alle tre, allentavi la cravatta alle cinque, chiudevi l’ufficio alle sei. Alle dieci già russavi accartocciato sul divano. E lei ti stava accanto, aspettava solo che ancora una volta chiudessi gli occhi senza salutare. Tre passi sulle punte e spariva in un bosco, sperando che tornassi ad inseguirla, a cercarla, a sdraiarla sul prato morta dal ridere. Oppure saltava sulla barca, mandava giù un sorso di rum e si metteva ai remi controcorrente. Non c’eri più, capitano vigliacco, l’isola l’avrebbe trovata da sola, col suo tesoro di conchiglie e fritto di pesce.
Eppure ci aveva provato a strattonarti, a strofinarti la pelle per sollevare ancora la polvere di sale con cui l’avevi stordita. Eppure ti aveva preso le mani e preso a morsi. E tutto ciò che eri riuscito a fare era stato ricordare, a fatica, ciò che non eri più. Come chi guarda annoiato l’album di famiglia, sperando che finisca presto quell’esercizio di memoria così poco produttivo.
No, lei non si rassegnava a ricordare. Lei si spostava carne e ossa lì dove non eri ancora un fantasma, e non portavi la gobba sul cuore.
Tutte le volte che riavvolgeva il tempo, cercava il graffio sul nastro che ti aveva dissanguato a morte. Sperava di curarlo con lo sputo e un cerotto di sole. Sperava di riaverti dritto in piedi sulla prua con addosso un cappotto di vento. E invece suonavi una sinfonia di calcolatrice, sorseggiando acqua minerale.
Il giorno in cui ti sei reso conto, nuotavi in un letto senza il suo sudore. Seduta sul bordo, le hai guardato la schiena. Giusto il tempo del suo respiro lungo. Senza figli da rapire, senza più il tuo abbraccio a trattenerla, ha mosso due passi indietro.
Mentre lei svaniva per l’ultima volta, per te era solo l’ora di alzarsi.

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Sul movimento dei forconi (il mio più classico armiamoci e partite)

forconiFuori dalle mura di Mühlhausen, capimmo di aver commesso l’errore più grave. Un errore irripetibile. Con la città alle spalle fu a me che Ottilie mormorò quella lezione: – Avevi ragione tu. Senza i contadini non possiamo niente.”

Luther Blisset, Q

Blocco di caselli e porti dal 16 al 20 gennaio ad opera di Aias (Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani) e Movimento dei Forconi. Io non so di chi si tratti veramente, non ho informazioni dettagliate nè posso dare testimonianza diretta di ciò che sta accadendo. Mi limito ad esprimere il prurito che ho sotto il culo.

C’è chi dice che hanno ricevuto appoggio da Forza Nuova, loro si definiscono apartitici. Agricoltori, allevatori e trasportatori. Di certo c’è che se ne parla poco, si snobba il fenomeno perchè lo si considera poco più che la scoreggia di un camion. Ora, mi viene da pensare soltanto che chi decide di prendersi le strade nella sostanza non sta sbagliando. E’ triste che lo faccia solo per protestare contro un aumento di carburante o per difendere gli interessi del maledetto trasporto su gomma (dalla produzione al consumo). O per un discorso senza scheletro del tipo “a morte tutti i politici, ci stanno ammazzando”, quando questa stessa classe politica è anche espressione di un popolo, quello siciliano (o almeno della sua imbarazzante maggioranza), che negli anni ha imparato a votare a 90 gradi, mendicando favori, assecondando il potere mafioso e le razzie dello stato. Che si siano svegliati tutti di colpo mi pare poco credibile, per non dire che puzza di minchiata.

Resta l’azione, restano le strade bloccate, anche se poco e male. Occupate, anche se non si capisce bene da chi e per cosa.

Resta il fatto che chi avrebbe il dovere di occupare le stesse strade, e dare forma e corpo al discorso perchè possiede mezzi e coscienza per farlo, se ne sta in casa a snobbare i blocchi, storcere il naso, cercare il neo, leggere delle rivolte in Romania o disquisire sull’importanza del movimento NO-TAV. Senza probabilmente cogliere l’occasione per condividere uno spazio di lotta, moltiplicare voci e punti di vista, inventare un cammino o proporre parole per riempire di senso un grido scomposto. Non si tratta di intestarsi una battaglia, ma di segnare una presenza, di dire “ci siamo anche noi” e poi saper spiegare anche perchè e verso quale destinazione. Si tratta di essere capaci di partecipare anche al fianco di chi non ci convince, di chi magari tornerà a casa appena ottenuta una promessa che vale pochi centesimo al litro. Si tratta poi di convincerlo a restare, a capire come e perchè ha scelto il masochismo, permettendo che gliela sbattessero in culo per anni, cieco a qualsiasi conseguenza futura e contento della benevola concessione dei signori.

Forse bisognerebbe approfittare in qualche modo dell’opportunità di appiccare il fuoco in casa propria.

Segue dibattito, se volete.

Nota: da una rapida ricerca sul Giuggiolone, sembra che Antonella Morsello, tra i promotori del movimento e della protesta, sia proprio pappa e ciccia con Forza Nuova, una camerata di ferro insomma. E la questione non cambia, i fascisti sono lì e urlano tutta la loro ignoranza, strumentalizzando anche la fame. Noi invece dove siamo? Perchè gli lasciamo questo spazio?

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de cualquier manera

pausa

no sé si una parábola, o un destino enroscado.
hasta el momento, a pesar de los 30, no se me había ocurrido parar un instante y pensar.
en almost random order, algo de lo que fui, o en algún momento quise ser.
algunas veces no ahorré ni un gramo de aire, regalé el higado y otros bombones sin recompensa. en otros casos me engañé, o invertí una cantidad de pasión suficiente ni siquiera para el fracaso.
todo duró muy poco, tan poco que parece nada. y a todo esto, rara vez me creí capaz y sin embargo, escondiendome, algo logré.

jugador de baloncesto, hippie, futbolista, tímido viajero, estudiante, actor monoface, fumeta, literato, mecánico de bicicletas, director de festival de cine, traductor, camarero, locutor de radio, editor de imagenes fallido, profesor, cocinero, webmaster-designer, escritor, manita, fotografo, improbable cantante y bailarín de tango, SEO, murguero. empleado. apagado.

nada. y en muchos casos con amores, buscando calor. es decir, con amor. inoportuno, exagerado, improvisado, desdeñado, ignorado, malentendido, mal correspondido, decepcionado, traicionado.

No tengo culpa si me gustaría tener el sol al hombro.
A mi me faltaron fuerza y confianza, a algun*s de vosotr*s brazos.

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