Magma 2010, ci siamo

Magma2010

 

L’edizione 2010 di Magma – mostra di cinema breve è ormai alle porte.
Da nove anni ci sbattiamo con grande piacere per offrire al nostro pubblico la migliore selezione di corti provenienti da ogni parte del mondo.
Dal 22 al 25 luglio non prendete impegni.
Venite al chiostro di S. Domenico ad Acireale, prendete posto su una sedia sotto il cielo e fatevi un bel viaggio con noi.
Ah, manco a dirlo, l’ingresso è libero. Il programma completo lo trovate sul sito ufficiale del festival http://www.magmafestival.org

 

 

 

Argentinidad

in una milonga a berlinoBibi canta el tango con voz de sombra, ma sa metterci dentro anche una luce d’allegria. Succede allora che al Pastis, questo buco di bar nascosto dietro al tappeto lucido della Rambla, una stanza  in cui il penultimo arrivato prende le portate sulla schiena da quanto è piccina, succede che Bibi si metta a giocare col pubblico. Il microfono comincia a girare come bottiglia piena, canta e beve il maestro Luján, e la signora basca una milonga, sorseggiano e gorgheggiano in coro le ragazze in prima fila, argentine, uruguaye, manda giù e fuma il vecchino asciugato come un feto, chiede ancora una volta con un filo di voce e catrame Mi Buenos Aires querido. Canto e mi sbronzo anch’io. Bibi mi inganna con i miei stessi occhi chiusi, piazza il microfono proprio dentro al mio buio, me lo ritrovo sulle labbra che già cantavano, puntato al viso come una lama sul ritornello di Naranjo en flor. Nelle note che seguono non c’è coscienza, vinta, cancellata dalla minaccia e dalla chitarra di Gaspar Müller, la tonalità è troppo alta ma non importa. Stento a crederci, ma mi sento al sicuro anche durante quei trenta secondi di nudo, troppo intimo l’abbraccio di una stanza, il pane comune d’una passione …como un pájaro sin luuuz. Finito. Applauso. Bibi attacca l’ultima risata della Milonga Sentimental.

Seduto sul bordo di Plaça Orwell mangio un tramezzino sotto il sole dell’una e mezza, non penso a nulla. Mi sorprende alle spalle la domanda di una voce femminile, accento argentino: “Ayer cantaste tango?“. Stordito, rispondo con uno sguardo perfettamente idiota e un mugugno alla ragazza che mi sorride dicendo “no eras tu?“. Mi ricordo che in effetti si trattava anche di me, in mezzo agli altri, la notte prima al Pastis. Annuisco, preciso che sono stati 30 umidissimi secondi di delirio.
Cantaste muy bien“, sorride ancora, torna al suo gruppo, seduto poco più in là, che mi riconosce e saluta da lontano. Li riconosco anch’io, stavano in piedi proprio alla mia sinistra, non sbagliavano un verso  tra le labbra socchiuse. In vacanza, a giudicare dalle macchine fotografiche, dai bermuda corti. Due coppie, per i sorrisi e le mani che si stringono attorno ai fianchi.
Tre minuti dopo la ragazza si stacca di nuovo dal gruppo, ha in mano dei fogli di carta. Si avvicina e mi porge quello che scopro essere un racconto.  Argentinidad, di Diego Grillo Trubba. Mi spiega che si tratta di un regalo per un amico che non ha incontrato, ha pensato di lasciarlo a me, che forse avrei gradito, che avrei potuto capirlo “Sos argentino o uruguayo, no?“.
No, italiano“.
Te gustará“.

Il gruppo si allontana, torna a perdersi nel labirinto. Leggo questa stramba storia di un tizio argentino, arrivato a Berlino senza soldi nè lavoro, a cui un gruppo di nerboruti tedeschi chiede lezioni di savoir-faire con le donne. “…nos interesaría que nos des clases donde expliques cómo ser como vos. Cómo ser argentino“.

Al Carrer!

 

 

Via Júlia

Via Júliaviajulia

Hasta los espejos más sucios
me llaman tarao
por el beso del hambre
que enarca los labios
se ríen de mi.

Cada gota una chispa
me moja, me quema
me mata de asombro.
No me cansa el sudor
no me quiebra las uñas
tu mina.

Cara tonto, sorpresa
en el polvo amarillo
sigo buscando promesas
cuando el aire de las noches
se queda vacío quiero
morder una naríz de fresa

Hasta las vidrieras más limpias
me dicen felíz
entre los que nunca
serán elegidos
se ríen conmigo.

ciertos silencios

pablo_nerudaPoema 15

Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca.

Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi alma,
y te pareces a la palabra melancolía.

Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
déjame que me calle con el silencio tuyo.

Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

Pablo Neruda

Abderramán

zagara

Abderramán

Aire. Aire libre.

Atrapado entre hojas,

madreselva de rizos.

Alientos guardados

en un cofre de oído,

huevos de gorrión

boca de pez enredado.

Costillas rellenas de brisa,

dibujo de uñas de gato.

Aire temblor. Aire nuevo.

Lagrima suelta de café,

promesa de naranja sin miedo.

Nieve de almendros,

rumbo amanecido.

 

y el canto de todos

camavacia

Senza consultare la metà che manca, mi permetto l’abuso di rendere pubblico questo canto forse incompleto, di certo incompiuto, scritto a quattro mani.

Mi disturbava che nessuno sapesse davvero cosa stava accadendo, che non si potesse dire, spiegare, nominare. Credo che questo rappresentasse parte del problema.
Adesso penso sia giunto il momento di raccontare ciò che el astronauta y la bruja sono stati, o hanno immaginato di poter essere, almeno a parole.

sette strofe di un canto a due voci

di Lucha e Sofia

Lo sveglia un cigolio. Violino nasale, un lamento si trascina e raschia pareti troppo sottili, scivola sul pavimento, si asciuga sul materasso.
O lo sveglia un bandoneón, cuscino che vibra d’altrove, stanza scaldata da un soffio inquieto, brancolare del sonno, pianto ubriaco.
Lo sveglia invece un canto, nenia che barcolla rauca, l’arco graffia le corde vocali, il mantice si affanna tra la pancia e il petto.
Nevica sul letto, sulle parole lette e masticate insieme, sulle briciole dell’ultimo pasto dolce e sudato dei corpi. Cadono fiocchi di lettere sfuse, cenere, biglietti, numeri senza più telefono, il vento agita agende ridotte in coriandoli, bianco e nero di giornali. Tra le lenzuola l’odore ha messo radici e unghie, trattiene la frana dallo straripare del caffelatte che ogni volta le serve al risveglio. Quando lei scende in strada, gli rimane accanto una piazza senza mercato, senza vociare di primavera. Neve sporca su cui si riaddormenta male, scosso da una fame fredda che non passa. La luce tra le fessure illumina la sua luna di cartapesta.
Lo sveglia una fanfara che passa.
Lo svegliano cori.
Urla
Botti
Sirene
Carica il grilletto dei nervi il pensiero di lei così piccola tra la folla.

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Amor 77

julio-cortazar

 

Y después de hacer todo lo que hacen, se levantan, se bañan, se entalcan, se perfuman, se peinan, se visten, y así progresivamente van volviendo a ser lo que no son.

(Julio Cortázar, Un tal Lucas, 1979 )