A egregie cose

A egregie cose

Ai morti, si sa,
data la loro condizione,
non è dato di difendersi.
Peggior sorte tocca a chi,
per indole tenace,
della disobbedienza ha fatto un grido
finché ha avuto facoltà di voce.
Succede infatti che, assieme col respiro,
da loro si diparta la terza dimensione,
quella complessa del pensiero e delle azioni.
Per le idee che hanno difeso con la vita
nella morte non c’è posto, non ci stanno
sulla lapide liscia che li schiaccia,
più grave di quanto
non sappia essere la terra.
Disgraziati figli della pressa,
rapiti al silenzio, ripuliti, pettinati
resuscitano sottili a mo’ di icona,
perfetti per la stampa su tessuto
e altri supporti.
Si ritrovano marchiati su una targa,
latrina per uccelli, esposti a nuova usura
che altri chiamano memoria,
merce per lo scambio o incastonati
nel pantheon di chi in vita
li avrebbe volentieri presi a calci
e calpestati.
Come del resto fanno gli avvoltoi,
col santino in petto, e seguitano
a dire “il morto è mio, è mio!”,
ora che non può far più male,
ora che non può più dire
che se mai avesse potuto scegliere,
non avrebbe certo fatto festa coi padroni.
Ho conosciuto un tipo, una volta
in Galilea, un bravo cristo.
Direi che gli è finita male, poveretto.

A Peppino Impastato, nel giorno dell’intitolazione alla sua memoria di un (ex?) parcheggio nella gloriosa città di Acireale, alla presenza degli onorevoli di turno.

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