movimiento central

murgaPor un tiempo demasiado largo, lo único que pudo llamar Murga, que le pertenecía como tal, fue su bicicleta, más vieja que él. Quizás por los golpes de pedal, los chirridos de metal que marcaba con sus piernas. Más que quejas, sonrisas de un ritmo callejero. O quizás por la memoria y el deseo de latitudes acostadas bajo la falda del mundo, lugares sin sustancia por los que iba vagabundeando como una bicicleta en primavera, pero siempre dando vueltas por las calles dibujadas de la isla o arriba y abajo por una bota de tierra demasiado real. Ahora dos ruedas primas vestidas de fresa y nata lo van llevando a veces donde un bombo inesperado truena más fuerte, dobla las rodillas, estira las piernas hacia arriba y las acerca al corazón. En esos momentos sagrados, no es de allá ni de acá. No procede, anda.
Ahora ya no importa donde se ubique, si sus propias latitudes lo reconozcan a pesar de la distancia, o si a esa larga lengua de sueños le pertenezca o menos por elección sentimental y no por nacimiento. Ahora va pedaleando en el aire, y un viento de otras piernas y brazos lo empuja. Si no fuera por otros cuerpos, no existiría ni a medias. Ahora que su latido suena a platillo, la espalda le cruje sólo en la jaula de la silla. Suda y fuma lo que tiene y no puede tener, otro país, otro idioma, un amor, todos los besos que no le tocan, la soledad que lo envuelve como un destino, lana de remate. Al final del desfile, cuando la tierra deja de temblar y ya no queda ruido que lo suspenda como un granito de polvo, se llevaría a la cama la cara pintada, para  no abrazar rencores sino esperanzas. Para seguir soñando en colores.

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El baile de la gambeta

Qualcuno lo conosco appena, altri solo un po’ meglio, di altri  ancora non ricordo nemmeno il nome, se non stavano con me in squadra non dovevo chiamarli. Seduti al bar, Mariano mi sorprende chiedendomi a bruciapelo cosa penso dei rumeni, di tutti i rumeni. Mi chiede se la penso come la maggior parte delle persone che incontra, come la tv. Mentre gli altri parlano degli anni d’oro dello Steaua, lui mi dice del loro lavoro. Panettieri. Lavorano per nove ore a cavallo tra la notte e il giorno, tre delle quali in nero. Non prendono lo stipendio da due mesi. Al sabato li vedo ridere dietro a un pallone, non risparmiano una goccia di fiato. Corporatura rocciosa, tecnica non impeccabile ma grinta da pala meccanica. Buoni come il pane.
A volte giochiamo al Poliesportiu Miro, da cui eravamo stati anche banditi in estate per aver fatto il bagno in una capiente piscina gonfiabile lasciata incustodita proprio accanto al campo. Altrimenti, come da piccoli, scavalchiamo una rete di recinzione,  popoliamo il campetto di una scuola incastrata tra Sants e Zona Franca. Siamo argentini, cileni, rumeni, italiani, francesi, boliviani, ecuadoreñi, colombiani, gli spagnoli sempre in minoranza.  Non proprio come i latinos dietro al Camp Nou, che si giocano le bevute del fine settimana,  soltanto tra loro e con discutibilissime regole coniate da loro medesimi.
In tutti questi mesi non mi è mai capitato di vedere un solo fallo cattivo, nemmeno un piccolissimo insulto, un accenno di rissa. E intanto, guardandomi allo specchio, riscopro quell’eleganza che credevo di aver perduto, stop di petto in corsa e botta al volo sul secondo palo, applausi dal campo. E poi gambeteando sorrido. Non serve che qualche ente benefico ci monti sopra un evento sponsorizzato e finanziato dalle più sensibili amministrazioni o multinazionali, non serve chiamarlo torneomulticulturaleperlaserenaconvivenzatraipopoli. Basta una palla e un giro di chiamate in cui sono caduto dentro per miracolo. Benvenuti a Barcellona.

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Polifemo – Alone in the Park

Continuano le infruttuose scorribande del nostro fotografo senz’arte nè parte, oggi a passeggio per il parco della città-lazzaretto

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Polifemo: primi passi

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Esa mujer se parecía a la palabra nunca

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Legno secco, vibra ancora dell’esilio d’una vita, vibra d’amore come eco da distanza indefinita. E d’abbracci, densità e concretezza d’amore. Se mai amore può dirsi concreto. Nei corpi forse, sul collo baciato, dentro al collo in cui suonano corde gravi di memoria e d’oblio.
Claudica il vecchio Juan in piedi, accenna soltanto un inchino. Ma siede forte poi, i gomiti sul tavolo e sul legno germogliato dal suo legno, parole  carezze dal fondo del fegato. Musica e un sorso di rosso per le infinite città di baci sul petto di Ofelia. Amata nel ricamo. Chissà se mai sfiorata con mano.
Lo ascolto grato, lì come seduto su una pietra, lo guardo bruciare composto come brucia vivo e già immortale un residuo del tempo. Sopravvisuto a migliaia di solitudini per sparizione.
Accanto a lui arriccia note il trio di Rodolfo Mederos. Il viso troppo allegro per la triste devozione del bandoneon, Rodolfo sorride sotto la barba alla festa del poeta, con dita di padre e di figlio culla il pianto del bambino di aria e legno. Ancora legno, chitarra, contrabbasso, lievito di qualità per l’impasto, infissi.
Per questo spazio di parole spesso già sbaragliate o troppo stanche per raggiungere la pagina, a un anno o poco più da quell’assenza d’amore per eccesso che lo aveva acceso, non poteva non essere questa la voce, questa la grazia ruvida a spezzare la pausa, smentire il silenzio.

Esa mujer se parecía a la palabra nunca,
desde la nuca le subía un encanto particular,
una especie de olvido donde guardar los ojos,
esa mujer se me instalaba en el costado izquierdo.

Atención atención yo gritaba atención
pero ella invadía como el amor, como la noche,
las últimas señales que hice para el otoño
se acostaron tranquilas bajo el oleaje de sus manos.

Dentro de mí estallaron ruidos secos,
caían a pedazos la furia, la tristeza,
la señora llovía dulcemente
sobre mis huesos parados en la soledad.

Cuando se fue yo tiritaba como un condenado,
con un cuchillo brusco me maté
voy a pasar toda la muerte tendido con su nombre,
él moverá mi boca por la última vez.

Gotán, 1963

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Magma 2010, ci siamo

Magma2010

 

L’edizione 2010 di Magma – mostra di cinema breve è ormai alle porte.
Da nove anni ci sbattiamo con grande piacere per offrire al nostro pubblico la migliore selezione di corti provenienti da ogni parte del mondo.
Dal 22 al 25 luglio non prendete impegni.
Venite al chiostro di S. Domenico ad Acireale, prendete posto su una sedia sotto il cielo e fatevi un bel viaggio con noi.
Ah, manco a dirlo, l’ingresso è libero. Il programma completo lo trovate sul sito ufficiale del festival http://www.magmafestival.org

 

 

 

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Argentinidad

in una milonga a berlinoBibi canta el tango con voz de sombra, ma sa metterci dentro anche una luce d’allegria. Succede allora che al Pastis, questo buco di bar nascosto dietro al tappeto lucido della Rambla, una stanza  in cui il penultimo arrivato prende le portate sulla schiena da quanto è piccina, succede che Bibi si metta a giocare col pubblico. Il microfono comincia a girare come bottiglia piena, canta e beve il maestro Luján, e la signora basca una milonga, sorseggiano e gorgheggiano in coro le ragazze in prima fila, argentine, uruguaye, manda giù e fuma il vecchino asciugato come un feto, chiede ancora una volta con un filo di voce e catrame Mi Buenos Aires querido. Canto e mi sbronzo anch’io. Bibi mi inganna con i miei stessi occhi chiusi, piazza il microfono proprio dentro al mio buio, me lo ritrovo sulle labbra che già cantavano, puntato al viso come una lama sul ritornello di Naranjo en flor. Nelle note che seguono non c’è coscienza, vinta, cancellata dalla minaccia e dalla chitarra di Gaspar Müller, la tonalità è troppo alta ma non importa. Stento a crederci, ma mi sento al sicuro anche durante quei trenta secondi di nudo, troppo intimo l’abbraccio di una stanza, il pane comune d’una passione …como un pájaro sin luuuz. Finito. Applauso. Bibi attacca l’ultima risata della Milonga Sentimental.

Seduto sul bordo di Plaça Orwell mangio un tramezzino sotto il sole dell’una e mezza, non penso a nulla. Mi sorprende alle spalle la domanda di una voce femminile, accento argentino: “Ayer cantaste tango?“. Stordito, rispondo con uno sguardo perfettamente idiota e un mugugno alla ragazza che mi sorride dicendo “no eras tu?“. Mi ricordo che in effetti si trattava anche di me, in mezzo agli altri, la notte prima al Pastis. Annuisco, preciso che sono stati 30 umidissimi secondi di delirio.
Cantaste muy bien“, sorride ancora, torna al suo gruppo, seduto poco più in là, che mi riconosce e saluta da lontano. Li riconosco anch’io, stavano in piedi proprio alla mia sinistra, non sbagliavano un verso  tra le labbra socchiuse. In vacanza, a giudicare dalle macchine fotografiche, dai bermuda corti. Due coppie, per i sorrisi e le mani che si stringono attorno ai fianchi.
Tre minuti dopo la ragazza si stacca di nuovo dal gruppo, ha in mano dei fogli di carta. Si avvicina e mi porge quello che scopro essere un racconto.  Argentinidad, di Diego Grillo Trubba. Mi spiega che si tratta di un regalo per un amico che non ha incontrato, ha pensato di lasciarlo a me, che forse avrei gradito, che avrei potuto capirlo “Sos argentino o uruguayo, no?“.
No, italiano“.
Te gustará“.

Il gruppo si allontana, torna a perdersi nel labirinto. Leggo questa stramba storia di un tizio argentino, arrivato a Berlino senza soldi nè lavoro, a cui un gruppo di nerboruti tedeschi chiede lezioni di savoir-faire con le donne. “…nos interesaría que nos des clases donde expliques cómo ser como vos. Cómo ser argentino“.

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Al Carrer!

 

 

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