By luchaPublished: 2 novembre 2009Posted in: Semi d'odio
Coloro che picchiarono Federico Aldrovandi, condannati in primo grado a 3 anni e sei mesi di carcere, non sono stati radiati dalla polizia e sono a spasso grazie all’indulto del centro-sinistra.
I responsabili delle macellerie Diaz e Bolzaneto hanno pure fatto carriera. Stefano Cucchi è morto in circostanze che appaiono chiarissime come le lesioni sul suo corpo, eppure chissà se i picchiatori avranno nomi e pene da scontare.
By luchaPublished: 1 ottobre 2009Posted in: Esilio
“Senza la televisione non potresti far niente. La televisione è una scatola, ed è una scatola magica, perchè c’è in tutte le famiglie. La accendi, e da casa ti vedono e diventi “popolare” [...] Basta apparire“.
(Lele Mora)
“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi.[...] La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”
Pierpaolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 9 dicembre 1973
Non credevo che questo spazio avrebbe mai potuto ospitare, accanto alle parole tremendamente profetiche di PPP, una citazione di Lele Mora , uno che fino a due anni fa non sapevo nemmeno chi fosse. Uno che si professa candidamente mussoliniano, fiero della canzonetta fascista sul suo telefonino. Uno che fa l’agente, lo scopritore di talenti per la televisione. Un artigiano, in fondo, creatore di bambole, burattini e mostri. La posa forzatamente naturale con cui, in Videocracy, racconta il suo lavoro e il suo mondo (che è anche il nostro) è disarmante quanto illuminante. Dal concetto elementare dell’apparenza, dell’apparire, matura l’abbrutimento della società italiana, che guarda caso coincide con lo sviluppo dell’impero economico e con lo strapotere politico di Berlusconi. In questo forse consiste l’indiscutibile e diabolico genio dell’uomo di Arcore, l’aver saputo sfruttare un’ovvia riflessione sul desiderio del pubblico trasformandola scientificamente in intuizione, manipolazione dei sogni e delle speranze, profitto e consenso.
Già a metà della visione di Videocracy comincio ad accusare amarezza, inquietudine e nausea (e non dico per dire). Vorrei spegnere e dimenticare, ma non riesco. Passo dal pregevole montaggio serrato di culi e tette dei primissimi minuti, alle apparizioni dei peggiori stereotipi della tv e dell’Italia berlusconiana: le veline che hanno sudato a forza di pompini il loro posto nella gloria di uno studio televisivo, le aspiranti veline impegnate in improbabili provini e balletti in cui il corpo si decompone in gesti tra il ridicolo e il tragico, l’operaio insoddisfatto che si impegna per diventare un ibrido tra Van Damme e Ricky Martin, il karateka ballerino, un mutante da prima serata. E poi le tristi comparse attorno alla piscina di Mora, bellocci palestrati, “tronisti”, ex del Grande Fratello, anche loro col culo a noleggio. E le feste al Billionaire di Briatore, uno che frugherebbe pure tra le gambe di sua madre. E Fabrizio Corona, ricettatore di fotografie, il “robin hood che ruba ai ricchi per dare a se stesso”, e tra le immagini vende anche la sua, fango nel fango d’un paese triste e perduto.
Perchè è questa la sensazione, finito il film, e più che una sensazione è un dolore fisico che non lascia dormire: questo paese è naufragato. E io non lo riconosco, non gli appartengo.
Se è vero che la televisione berlusconiana ha intercettato, accontentato e alimentato fino alla dipendenza i desideri più volgari della maggioranza degli italiani, il processo di impoverimento sembra adesso compiuto. E la miseria appare irreversibile. Come rovesciare, infatti, 30 anni e più di dittatura dello schermo, il potere violento, ma sottile e subdolo, di un elettrodomestico che, invece che spia e intruso, è stato subito considerato oggetto di benessere, membro del nucleo familiare, riferimento educativo e informativo, pater e mater familias? Come invertire la putrefazione del sistema di valori, delle aspirazioni, del gusto estetico di un intero popolo se è proprio questo svuotamento che lo spettatore ha voluto e cercato? E’ una sfida impossibile, credo. Anzi, non è nemmeno una sfida. Non credo che la condizione attuale possa mutare grazie a nuove circostanze o decisioni politiche, non credo che un governo illuminato possa cambiare, a forza di decreti, l’anima marcita di milioni di telespettatori. Forse qualcosa avrebbe potuto fare il sistema scolastico italiano, insegnando il diritto di critica e l’urgenza della bellezza e dell’amore. Ma anche la scuola è stata scientificamente condannata al fallimento.
Guardando Videocracy, una delle migliaia di aspiranti veline o un operaio da pressa frustrato dal lavoro non ci troverebbero nulla di inquietante. Gli sembrerebbe tutto assolutamente normale, come lo è, del resto, per una preoccupante maggioranza di telespettatori. Normale la mercificazione e il macello dei corpi, normale l’esaltazione del nulla, la finzione di scarsa qualità dei reality, l’ostentazione della ricchezza. Auspicabile il lusso, desiderabile anche un misero lampo di visibilità, come se alla vita dessero luce e colore soltanto i riflettori.
E non noterebbero forse nessuna relazione tra questo sistema e la concreta materializzazione di una dittatura.
In questo scenario non esistono guide etiche, ideali o voci autorevoli capaci di condurre le masse verso una redenzione culturale. Nessuno può pretendere di sapere cosa un popolo desideri davvero, tranne chi, come Berlusconi, ne ha ascoltato la pancia e lo scroto e ne ha saputo schifosamente approfittare. Siamo tutti coinvolti, siamo tutti massa. Tutti insieme abbiamo scelto la deriva. Qualunque atto di forza, qualunque rivoluzione, sarebbe impossibile, impopolare: allo spegnimento del grande occhio lo spettatore reagirebbe con violenza, un po’ come nel finale del Caimano di Moretti, vedendosi privato del suo ossigeno di apparenze, e del sacrosanto diritto a prostituirsi e sperare nei suoi 5 minuti di notorietà televisiva.
Mi torna in mente un pensiero truce, la forza della fame. Forse la gente smetterà di adorare il culo in diretta, e di sognare di offrire il proprio come sacrificio per il successo, quando non sarà il culo ma il pane a mancare.
By luchaPublished: 24 settembre 2009Posted in: Memoria
Adesso non ha più freddo, ha sudato di colpo tutta la morte che dolcemente lo ha avvolto. E’ tornato alto com’era. La fronte liscia, senza solchi, come la pelle delle mani grandi. Non lo hanno mai sentito lamentarsi, mai sbraitare. Lo hanno sempre visto lottare, e sorridere sotto la linea sottile dei baffi. A sua moglie una volta aveva chiesto:”Maria, perchè hai tanta fretta di morire?”
“...Fue en este verano, cuando el sol estaba bien alto y la sombra era más negra, que el hombre se acercó por fin hasta el árbol. Él lo vio venir a través del campo, negro y preciso sobre el caballo sudoroso. El hombre bajó del caballo y penetró en la sombra. Se quitó el sombrero cubierto de tierra, después de mirar hacia arriba y aspirar el fresco que se descolgaba de las ramas, y se quitó el sudor de la frente con la manga de la camisa.
Después el hombre, que parecía tan viejo como el viejo álamo Carolina, se sentó al pie del árbol y se recostó contra el tronco. Al rato el hombre se durmió y soñó que era un árbol“.
By luchaPublished: 12 settembre 2009Posted in: Tentativi
Ernesto cominciò ad arrampicarsi per la pietraia che cadeva a picco dal blu del cielo. Sulle caviglie i graffi degli sterpi, in tasca ossa di coniglio, un sonaglio di tibie e vertebre per ogni passo incerto. Quando la pendenza si addolcì appena, il ragazzo prese a correre sulle pietre, a saltare come fosse una rabbia a portarlo. Ma già a metà costa il sole vinse la noia del pomeriggio, il sudore impastò la terra sulla canottiera bianca che si gonfiava e sgonfiava sotto il fiatone. Il cuoio dei sandali gemette ferito. Allora Ernesto si voltò indietro, poi guardò la cima, e gli parve che la collina fosse cresciuta per dispetto. A due metri da lui due sassi si toccavano quasi ad angolo retto, cordiale invito al riposo, alla resa. Il corpo del ragazzo si slegò sulla poltrona, dietro di lui la sua ombra si stiracchiava di sbieco, nera, lunga e rotta sui cocci. Socchiudeva gli occhi ma non voleva dormire, Ernesto. A intervalli quasi regolari il suo piede destro si alzava e ricadeva al suolo, sollevando una piccola nube. Poi si scostava un po’, e il ragazzo si piegava lentamente in avanti a raccogliere la formica che aveva appena schiacciato. La stringeva con cura tra le dita, ci soffiava sopra e poi se la metteva in bocca, lasciando che si sciogliesse come una caramella. Si rialzava sospirando. Le formiche, l’ombra ed Ernesto erano le sole cose a muoversi appena, sotto il sole delle tre ad Agua Real. Solo il ragazzo sembrava non sentire l’afa. Quando non mangiava formiche anche lui se ne stava immobile, e sarebbe potuto tranquillamente sembrare morto, non fosse stato per le sue ossa magre e nervose, sensibili al più lieve soffio e fruscio. Agua Real, piccola laggiù tra i piedi, era solo una strada di terra in mezzo a due file di case. E adesso dormiva, come fosse notte, ma d’un sonno sudato e inquieto. La casa di Ernesto stava all’inizio del villaggio, se si veniva dall’altopiano. Proprio da quella parte entrò in paese una mula, come apparsa dal nulla, ma senza destare sorpresa nel silenzio della strada vuota. Ernesto, la mano sugli occhi a mezz’asta, vide soltanto un punto grigio che avanzava, e pian piano gli vide crescere una testa china, quattro zampe tozze. Passò un tempo infinito, nel suono sempre più nitido di zoccoli stanchi, e il ragazzo non capì quell’animale di certo assetato e testardo, quando lo vide ormai chiaramente salire per la traccia appena accennata dei suoi piedi, e passargli davanti indifferente, sfiancato ma quasi senza fatica. Poco oltre la sedia di Ernesto l’animale si fermò, stravolto. Era enorme e sembrava piuttosto vecchio e trascurato, a giudicare dalla pelle e dagli zoccoli consumati. Il ragazzo girò appena lo sguardo verso l’animale. Il primo pensiero a sfiorargli la mente fu che avrebbe potuto mangiarne la carne dura, anche tutta in una volta, cotta a puntino sulle pietre roventi. Poi pensò che aveva esagerato, ma che comunque la fame non gli mancava. Non conosceva quella mula, non l’aveva mai vista passare da quelle parti. Di certo non apparteneva a nessuno che fosse di Agua Real, perchè ad Agua Real di muli ce n’erano solo tre, e tutti e tre in viaggio. Una ragione in più per mangiarla, pensò. Non aveva voglia di alzarsi, Ernesto, non per quella stupida mula che puzzava e che di certo s’era perduta. Rifletté sul fatto che i muli di solito non si perdono da soli, hanno sempre un padrone in groppa o di fianco e tirano dritti a forza di scudisciate. Ma questa il padrone non ce l’aveva, magari se l’era visto morire accanto, in cima al Monte de las Angustias. Dalla sua sedia cigolante il ragazzo si godeva la vista di questo grosso animale impegnato a masticare il nulla per non farsi seccare definitivamente la bocca. Una sottile coltre, giallastra di polvere, copriva la sua pellaccia che era d’un bianco sporco, e qualche mosca gli ronzava attorno alla testa come pregustando il momento ormai prossimo in cui sarebbe divenuta carogna da pasto. Tra poco si sarebbero svegliati pure i cani, presentendone l’odore nel vento che ansimava. Non portava bisacce, la vecchia mula, né ceste. La sua schiena dritta e nuda ricordava il profilo scarno dell’altipiano. Sopra non c’era niente, nessun carico da poter rubare. Ernesto se ne dispiacque, ma senza scomporsi. Avrebbe potuto continuare a succhiare formiche per tutto il pomeriggio, poi sarebbe venuta l’ora di cena. Fino a quel momento l’animale sembrava non essersi minimamente accorto della presenza del ragazzo. Poi ad un tratto, con estrema lentezza, la sua testa lunga si voltò a guardare quel piccolo esemplare d’uomo. Lo vide seduto in maniera sgraziata su un incastro di sassi in pieno sole, con addosso un paio di pantaloni corti, sbottonati. E ciò che rimaneva di una canottiera bianca, tanto piccola da lasciare scoperta la ferita rotonda dell’ombelico. Il ragazzo si sentì osservato, forse anche a disagio. Non gli capitava molto spesso di essere guardato: la gente che conosceva non aveva motivo né voglia di alzare gli occhi da terra. Per curiosità ricambiò lo sguardo della mula. Un po’ imbarazzato cercò gli occhi umidi della bestia, li fissò a lungo, frugandosi nella memoria per riuscire a spiegare la sensazione di averli già visti da qualche parte. Ebbe un improvviso sussulto, recuperò una posizione appena più dignitosa quando credette di aver trovato il ricordo giusto. Confuso dal caldo vide riaffiorare dal passato gli occhi lucidi di sua nonna. Si mise in piedi, e, con le mani bene in vista, mosse qualche passo cauto verso la mula. L’animale rimase immobile: lo sguardo fisso, senza segni di timore, come in paziente attesa. Ernesto si avvicinò lateralmente, fino a sfiorare con cautela la pelle del vecchio animale. Ne accarezzò con brevi gesti la schiena, vincendo il timore ad ogni tocco. Non incontrò resistenza, né cenni di fastidio. La mula muoveva soltanto la testa, e ogni tanto emetteva un suono dolce, ad accompagnare quella mano estranea sulla superficie del suo corpo. La polvere secca si impastava sulle mani sudate del ragazzo, incollandole ancora di più alla pelle ruvida della mula. Fu allora che d’improvviso, come scosso, il grosso animale tornò a muoversi, il pettine delle dita perse contatto ed Ernesto rimase lì, perplesso, le mani vuote a mezz’aria. La mula saliva ancora, la coda come un pendolo, una fune da afferrare. A distanza di calcio il ragazzo le andò dietro curioso, si lasciò insegnare il cammino più dolce per vincere la collina e le sue spine di roccia.
By luchaPublished: 11 settembre 2009Posted in: Memoria
Último discurso de Salvador Allende en Radio Magallanes
“Esta será seguramente la última oportunidad en que me pueda dirigir a ustedes. La Fuerza Aérea ha bombardeado las torres de radio Portales y radio Corporación. Mis palabras no tienen amargura, sino decepción, y serán ellas el castigo moral para los que han traicionado el juramento que hicieron. Soldados de Chile, comandantes en jefe titulares; el almirante Merino, que se ha autodesignado, más el señor Mendoza, general rastrero, que sólo ayer manifestara su fidelidad y lealtad al gobierno, también se ha denominado director general de Carabineros…
Ante estos hechos, sólo me cabe decirles a los trabajadores: ¡Yo no voy a renunciar! Colocado en un tránsito histórico pagaré con mi vida la lealtad del pueblo. Y les digo que tengo la certeza de que la semilla que entregáramos a la conciencia digna de miles y miles de chilenos, no podrá ser segada definitivamente.
Tienen la fuerza, podrán avasallarnos, pero no se detienen los procesos sociales ni con el crimen ni con la fuerza. La historia es nuestra y la hacen los pueblos.
Trabajadores de mi patria: quiero agradecerles la lealtad que siempre tuvieron, la confianza que depositaron en un hombre que sólo fue intérprete de grandes anhelos de justicia, que empeñó su palabra de que respetaría la Constitución y la Ley, y así lo hizo. En este momento, definitivo, el último en que yo pueda dirigirme a ustedes, quiero que aprovechen de la lección: el capital foráneo, el imperialismo, unido a la reacción, creó el clima para que las Fuerzas Armadas rompieran su tradición, la que les señalara el general Schneider y que reafirmara el comandante Araya, víctimas del mismo sector social que hoy estará en sus casas, esperando por mano ajena reconquistar el poder, para seguir defendiendo sus granjerías y sus privilegios.
Me dirijo sobre todo a la modesta mujer de nuestra tierra, a la campesina que creyó en nosotros, a la obrera que trabajó, a la madre que supo de nuestra preocupación por los niños. Me dirijo a los profesionales de la Patria, a los profesionales patriotas, a los que desde hace días estuvieron trabajando contra la sedición auspiciada por los colegios profesionales, colegios de clase para defender también las ventajas que una sociedad capitalista les da a unos pocos.
Me dirijo a la juventud, a aquellos que cantaron, que entregaron su alegría y su espíritu de lucha. Me dirijo al hombre de Chile, al obrero, al campesino, al intelectual, aquellos que serán perseguidos. Porque en nuestro país el fascismo ya estuvo hace muchas horas presente, en los atentados terroristas, volando los puentes, cortando la línea férrea, destruyendo los oleoductos y los gasoductos, frente al silencio de los que tenían la obligación de custodiar los bienes del Estado… La historia los juzgará.
Seguramente radio Magallanes será acallada y el metal tranquilo de mi voz no llegará a ustedes. No importa; me seguirán oyendo. Siempre estaré junto a ustedes. Por lo menos, mi recuerdo será el de un hombre digno, que fue leal a la lealtad del pueblo. El pueblo debe defenderse pero no sacrificarse; el pueblo no debe dejarse arrasar ni acribillar, pero tampoco puede entregarse.
Trabajadores de mi patria: tengo fe en Chile y su destino. Superarán otros hombres este momento gris y amargo donde la traición pretende imponerse. Sigan ustedes sabiendo que mucho más temprano que tarde, de nuevo abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre para construir una sociedad mejor.
¡Viva Chile!
¡Viva el pueblo!
¡Vivan los trabajadores!
Estas son mis últimas palabras. Tengo la certeza de que mi sacrificio no será en vano; tengo la certeza de que, por lo menos, habrá una lección moral, que castigará la felonía, la cobardía y la traición.”