
Senza consultare la metà che manca, mi permetto l’abuso di rendere pubblico questo canto forse incompleto, di certo incompiuto, scritto a quattro mani.
Mi disturbava che nessuno sapesse davvero cosa stava accadendo, che non si potesse dire, spiegare, nominare. Credo che questo rappresentasse parte del problema.
Adesso penso sia giunto il momento di raccontare ciò che el astronauta y la bruja sono stati, o hanno immaginato di poter essere, almeno a parole.
sette strofe di un canto a due voci
di Lucha e Sofia
Lo sveglia un cigolio. Violino nasale, un lamento si trascina e raschia pareti troppo sottili, scivola sul pavimento, si asciuga sul materasso.
O lo sveglia un bandoneón, cuscino che vibra d’altrove, stanza scaldata da un soffio inquieto, brancolare del sonno, pianto ubriaco.
Lo sveglia invece un canto, nenia che barcolla rauca, l’arco graffia le corde vocali, il mantice si affanna tra la pancia e il petto.
Nevica sul letto, sulle parole lette e masticate insieme, sulle briciole dell’ultimo pasto dolce e sudato dei corpi. Cadono fiocchi di lettere sfuse, cenere, biglietti, numeri senza più telefono, il vento agita agende ridotte in coriandoli, bianco e nero di giornali. Tra le lenzuola l’odore ha messo radici e unghie, trattiene la frana dallo straripare del caffelatte che ogni volta le serve al risveglio. Quando lei scende in strada, gli rimane accanto una piazza senza mercato, senza vociare di primavera. Neve sporca su cui si riaddormenta male, scosso da una fame fredda che non passa. La luce tra le fessure illumina la sua luna di cartapesta.
Lo sveglia una fanfara che passa.
Lo svegliano cori.
Urla
Botti
Sirene
Carica il grilletto dei nervi il pensiero di lei così piccola tra la folla.
Continua a leggere… »
Did you like this? Share it: